Università, iscritti in crescita del 19% in dieci anni: Nord locomotiva, Sud in affanno mentre le telematiche esplodono oltre il 460%
Oltre 2,3 milioni di studenti negli atenei italiani. Lombardia ed Emilia-Romagna trainano l’aumento, Campania e Sud arretrano. Il sistema si espande ma restano divari territoriali e demografici
Gli iscritti alle università italiane sono aumentati del 19% nell’ultimo decennio. Un dato che, letto in superficie, racconta un sistema in salute, capace di attrarre oltre 2,3 milioni di studenti e di consolidare il ruolo strategico dell’istruzione terziaria. Ma dietro la media nazionale si nasconde una crescita disomogenea, con un’Italia accademica che corre a due velocità e un fenomeno, quello degli atenei telematici, che sta ridisegnando gli equilibri.
Secondo il quinto rapporto dell’Osservatorio Mheo, l’espansione non ha interessato in modo uniforme territori e tipologie di ateneo. Gli atenei statali registrano un incremento del 30,9% rispetto al 2015, mentre quelli non statali segnano un +18,9%. A sorprendere è però il dato delle università telematiche: +460,5% in dieci anni. Una crescita esponenziale che segnala un cambiamento strutturale nella domanda di formazione, sempre più orientata alla flessibilità e alla compatibilità con percorsi lavorativi già avviati.
Il quadro territoriale restituisce un Paese spaccato. Il Nord consolida il proprio primato e amplia il vantaggio. La Lombardia guida la classifica con un aumento del 15%, seguita dall’Emilia-Romagna (+22%) e dal Veneto (+16%). Il Trentino-Alto Adige cresce del 4%, il Friuli Venezia Giulia del 3%. Anche il Lazio mostra una dinamica positiva (+10%), mentre la Toscana resta sostanzialmente stabile.
Il Mezzogiorno, al contrario, arretra in modo significativo. La Campania perde il 12% degli iscritti, la Puglia il 25%, la Calabria il 16%, la Basilicata il 25%. L’Abruzzo segna -24%, il Molise -2%, la Sicilia -6%, la Sardegna -9%. Si tratta di contrazioni che non possono essere spiegate solo con fluttuazioni congiunturali, ma che riflettono dinamiche demografiche e migratorie profonde: meno giovani residenti e maggiore mobilità verso gli atenei del Centro-Nord.
In valori assoluti, Lombardia ed Emilia-Romagna concentrano rispettivamente 37mila e 31mila universitari in più rispetto a dieci anni fa, mentre la Campania registra una perdita di 21mila iscritti. Il baricentro dell’istruzione superiore si sposta così verso le regioni più dinamiche sul piano economico e occupazionale, rafforzando il legame tra università e mercato del lavoro locale.
Il contesto demografico pesa in modo determinante. La popolazione tra i 19 e i 24 anni è in contrazione e le proiezioni 2025-2080 indicano un calo ulteriore. Se oggi l’aumento degli iscritti compensa la riduzione della coorte giovanile, nel medio periodo il sistema dovrà confrontarsi con una base potenziale più ristretta. L’espansione delle telematiche, in questo scenario, appare come una risposta adattiva: intercettare studenti lavoratori e fasce di età più ampie per compensare il declino demografico.
Resta però la questione della qualità e della distribuzione territoriale dell’offerta. L’Italia conta 403 istituzioni universitarie, ma la concentrazione di risorse, infrastrutture e opportunità di carriera è sempre più sbilanciata. Il rischio è un circolo vizioso: meno iscritti al Sud significano meno investimenti, minore attrattività e ulteriore fuga di capitale umano.
La crescita del 19% in dieci anni è un segnale incoraggiante, ma non basta a colmare i divari. L’università italiana si espande, cambia forma e si digitalizza, ma lo fa lungo una linea di frattura geografica sempre più evidente. La sfida non è soltanto aumentare i numeri, bensì garantire coesione territoriale, sostenibilità demografica e qualità dell’offerta in un contesto competitivo europeo che non concede margini di inerzia.