Landini, l’epica del TFR smarrito: il sindacato pignorato dalla propria ombra
La CGIL trascina un dipendente fino in Cassazione e finisce con i conti bloccati: tragedia o farsa in tuta blu?
C’è qualcosa di sublime, anzi di liricamente grottesco, nel vedere il tempio della tutela operaia inciampare su un TFR non pagato. La CGIL che non liquida un proprio dipendente è come un vigile che parcheggia in doppia fila e poi fa ricorso contro sé stesso: teatro dell’assurdo, ma senza Beckett, con più timbri e meno poesia.
E così il sindacato di Landini, tribuno delle officine e araldo delle piazze, si ritrova pignorato. Novantaseimila euro: cifra modesta per un’epopea così muscolare. Hanno combattuto fino in Cassazione, come se il TFR fosse la Linea del Piave. Non volevano pagare, pare. Difendere il lavoro, sì; ma possibilmente quello degli altri.
Landini declama diritti come fossero arie d’opera, e intanto l’orchestra stona sui conti correnti. Il paradosso è perfetto: la lotta di classe che inciampa nella contabilità. Il sindacato che brandisce il contratto collettivo e poi si smarrisce davanti a una liquidazione individuale. È la rivoluzione che si fa amministrazione e perde per decorrenza dei termini.
Forse non è scandalo, è destino scenico: chi vive di vertenze, prima o poi ne abita una. Ma qui la scena è crudele: l’epica dell’operaio tradotta in bonifico forzato. La Cassazione come deus ex machina, il tribunale come suggeritore inflessibile.
E noi, platea stanca, assistiamo all’ennesimo atto di un dramma sindacale che si crede tragedia greca e finisce farsa notarile. Landini continuerà a tuonare. Ma l’eco, stavolta, rimbalza contro un estratto conto.