Hanno ucciso un "fascista" in Francia, e in Italia si preparano, però "tutto è sotto controllo", tranquilli

Nessun particolare sdegno o cordoglio, nessuna richiesta di punizione e giusta punizione: subito fioccano le giustificazioni, che poi non sono giustificazioni, sono esaltazioni vere e proprie. Fosse successo alla rovescia?...

Il gioco dell'altra parte, dei ruoli invertiti del “se l'avessero fatto gli altri” è stucchevole ma in questo caso non è un gioco e va detto: a Lione una banda organizzata di antifascisti, qualsiasi cosa voglia dire, uccide un malcapitato ma per l'informazione francese e anche per quella italiana non è un giovane, non un essere umano, è semplicemente “un fascista”, “un militante di estrema destra”. A dire della disumanizzazione praticata con odio lucido, scientifico. Nessun particolare sdegno o cordoglio, nessuna richiesta di punizione e giusta punizione: subito fioccano le giustificazioni, che poi non sono giustificazioni, sono esaltazioni vere e proprie. Fosse successo alla rovescia, uno dei centri sociali, un antifà fatto fuori dagli avversari o dalla polizia, si fermava il mondo, l'informazione esplodeva di denunce, di allarmi, tutti i governanti di tutti i Paesi avrebbero chiesto la pena capitale, tutte le nazioni si sarebbero fermate per uno sciopero generale continentale. In questo caso la destra quasi tace, si rifugia nel solito vittimismo stupido, la sinistra esulta, grida vittoria. Da noi si sentono quelli che dicono: avete visto, in Francia sì che sanno come si fa, qui non sappiamo neanche uccidere uno sbirro a martellate, con riferimento al tentato omicidio (derubricato praticamente a schiamazzi dalla magistratura sedicente non militante) di un agente di polizia a Torino per mano dei figli di mammà antifà dell'Askatasuna. Vale la pena di ricordare anche che, a prescindere dalla consistenza delle accuse, ancora da dimostrare, l'Italia ha comunque espresso una europarlamentare tuttora imputata di tentato omicidio, allo stesso modo, un pestaggio brutale di uno di estrema destra in Ungheria; e questa Salis, unica a salvarsi a Bruxelles (grazie ai partiti della destra italiana in Europa) quando tutti i commilitoni del suo gruppo di presunti giustizieri stanno venendo condannati uno dopo l'altro, ha difeso i militanti del centro sociale più famigerato d'Italia con accenti quasi materni. Non contenta, firmava insieme all'immancabile Mimmo Lucano appelli in favore della formazione terroristica Jeune Garde, sciolta un anno fa, responsabile del linciaggio del ventitreenne lionese di idee avverse.

Insomma l'omicidio di un “militante”, un “fascista”, non disturba davvero nessuno. Dicono ancora i nostri così chiamati attivisti i quali possono sabotare indisturbati le linee ferroviarie di tutto il Paese, settimana dopo settimana, cercando la strage, dicono: dopo Lione tocca a noi e questa volta non falliremo, questa volta ci faremo apprezzare. Ma il governo, il ministro di polizia pare rilassato o rassegnato: niente paura, tutto sotto controllo. Sotto controllo? C'è una sorta di inerzia narcotica in chi dovrebbe prendere iniziative, dare segni di vita e di protezione. La fatidica “percezione”, a lungo utilizzata dalle sinistre per negare lo stato di emergenza che nasce dalla tolleranza se non connivenza col crimine di strada, maranza o antagonista, questa percezione che equivale a dar degli imbecilli ai cittadini che temono di venire massacrati, e ci finiscono, è stata adottata dalla destra di governo, di regime. Hanno circondato un “militante”, lo hanno fatto cadere, poi battere la testa sull'asfalto e lo hanno finito. Un agguato in branco di bestiale ferocia. Nessuno dice quello che tutti sanno, che è un prodromo, un viatico, che la faccenda non è solo tragica da un punto di vista umano, ma anche sociale, politico; dopo la morte di Quentin, quanti altri? Gli estremisti di sinistra prendono vela, anche perché sanno che, come in Italia, non rischiano, non verranno condannati se non in modo teorico, la situazione transalpina non essendo diversa da quella italiana; quelli di destra, speculari, reagiranno con uguale, demente ferocia. Eravamo tra i pochi, mesi fa, a paventare una deriva di violenza incontrollata che, dalla Francia senza più governo né credibilità presidenziale, rischiava di diffondersi per tutto il continente, come un contagio di furia incontrollata: a quanto pare ci siamo (e poi ci diranno che “non abbiamo empatia”, che “ci vuole ottimismo”, le frasi in libertà, prive di qualsiasi costrutto).

Al sommo del cinismo irresponsabile, c'è persino chi, da noi, si consola: vedete, non siamo i soli ad aver perso il controllo. Ma non pare una gran consolazione. Poi ci si stupisce se sempre più gente preferisce l'ordine alla libertà, l'autocrazia alla democrazia, se invoca l'uomo forte e scambia o contrabbanda la repressione con l'ordine? Io sento sempre più gente che, mentre ricorda ancora la allucinante privazione di tutti i diritti in pandemia, allo stesso tempo invoca una sorta di autoritarismo preventivo: non si accorgono o fingono? Contraddizioni anche mediocri, desolanti, ma che in qualche misura vanno capite: “Questa me la chiami una democrazia? Allora meglio la dittatura, almeno vai in giro tranquillo”. E che a quel punto si possa perdere la possibilità di andare in giro, è una prospettiva che non disturba, che viene messa in conto o accettata. Assurdo ma comprensibile nell'inerzia delle istituzioni parolaie che più perdono il polso della situazione, più assistono impotenti o indifferenti alle faide, agli scannamenti di strada e più dicono che va tutto bene, che la situazione è sotto controllo, che non è il caso di cedere agli allarmismi.