Abderrahim Mansouri ucciso da poliziotto a Rogoredo, ipotesi spacciatore colpito “di rimbalzo”, proiettile estratto deformato
Secondo quanto emerso dagli esami degli esperti balistici, il proiettile che ha raggiunto Mansouri sarebbe compatibile con un colpo “di rimbalzo”. Nell’immagine diffusa, il proiettile appare visibilmente deformato: una circostanza che farebbe pensare a un impatto precedente contro un’altra superficie
Potrebbe esserci una svolta nel caso della morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio scorso durante un controllo antidroga a Rogoredo, nella periferia Sud di Milano. Gli ultimi accertamenti balistici aprono infatti a uno scenario diverso rispetto a quello ipotizzato nelle prime ore. Il proiettile estratto dal cranio dello spacciatore risulta deformato, un elemento ritenuto incompatibile con un impatto diretto. Da qui l’ipotesi che il colpo possa aver colpito un bersaglio intermedio prima di raggiungere il 28enne.
Abderrahim Mansouri ucciso da poliziotto a Rogoredo, ipotesi spacciatore colpito “di rimbalzo”, proiettile estratto deformato
Secondo quanto emerso dagli esami degli esperti balistici, il proiettile che ha raggiunto Mansouri sarebbe compatibile con un colpo “di rimbalzo”. Nell’immagine diffusa, il proiettile appare visibilmente deformato: una circostanza che farebbe pensare a un impatto precedente contro un’altra superficie. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è quella che il colpo possa aver urtato il terreno o un altro ostacolo prima di colpire il giovane.
Un elemento che, qualora trovasse conferma definitiva, rafforzerebbe la tesi secondo cui l’assistente capo di polizia che ha sparato avrebbe agito per difendersi. Secondo la ricostruzione, infatti, Mansouri avrebbe puntato contro l’agente una replica di Beretta 92, risultata poi essere una pistola a salve. In questo scenario, l’eventuale rimbalzo del proiettile potrebbe escludere l’intenzione di uccidere, configurando piuttosto una reazione a una situazione di pericolo percepito.
Ulteriori riscontri potrebbero arrivare dalle analisi sulle eventuali sostanze estranee presenti sul proiettile. Il loro rinvenimento costituirebbe una prova concreta di un impatto con un oggetto o una superficie prima di raggiungere la vittima. Parallelamente, proseguono gli accertamenti tecnici sull’arma impugnata dal 28enne la sera del 26 gennaio.
L’esame effettuato con luci forensi – indispensabile per individuare tracce invisibili a occhio nudo – non ha rilevato impronte digitali utilizzabili sulla replica della Beretta 92. Un dato che, tuttavia, non consente ancora conclusioni definitive. La pistola, cadendo a terra durante la colluttazione, potrebbe essersi sporcata di fango e acqua, compromettendo eventuali tracce.
"Per quanto si lavori con estrema delicatezza, il fango deve essere rimosso per consentire una lettura completa dell'eventuale impronta digitale, ma le operazioni di pulizia possono cancellare anche le tracce", ha spiegato Salvatore Spitaleri, biologo forense e criminalista, ex Ris dei carabinieri di Messina, "un'altra opzione percorribile potrebbe essere quella dell'esame del Dna sugli eventuali depositi di grasso della pelle, ma anche quello non garantisce risultati certi".
Sarà ora decisivo l’esito degli esami genetici, attesi entro 8 giorni, che potrebbero fornire ulteriori elementi utili a chiarire la dinamica definitiva dell’accaduto.