10 febbraio Giorno del Ricordo, nelle foibe circa 6mila morti, tra il '43 e il '47 oltre 20mila vittime e 250mila esodati da Istria, Fiume e Dalmazia
Il Giorno del Ricordo nasce per onorare le vittime delle foibe, cavità carsiche tipiche dell’Istria, voragini naturali a strapiombo nelle quali, nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, vennero gettati, spesso ancora vivi, migliaia di soldati e civili italiani
Si celebra oggi, 10 febbraio, il Giorno del Ricordo, istituito nel 2005 per commemorare una delle tragedie più drammatiche del Novecento italiano. Tra il 1943 e il 1947 circa 6mila persone trovarono la morte nelle foibe. Nello stesso periodo oltre 250mila italiani furono costretti all’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Una vicenda che causò circa 20mila vittime complessive.
10 febbraio Giorno del Ricordo, nelle foibe circa 6mila morti, tra il '43 e il '47 oltre 20mila vittime e 250mila esodati da Istria, Fiume e Dalmazia
Il Giorno del Ricordo nasce per onorare le vittime delle foibe, cavità carsiche tipiche dell’Istria, voragini naturali a strapiombo nelle quali, nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, vennero gettati, spesso ancora vivi, migliaia di soldati e civili italiani. Un’ondata di violenza ed esecuzioni sommarie che coinvolse partigiani, tedeschi, fascisti e l’esercito di Josip Broz Tito, e che si protrasse fino al 1947, quando la ridefinizione dei confini al termine del conflitto sancì la cessione dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia.
Con la sconfitta dell’Italia, Istria, Fiume e Zara, allora territori italiani, passarono sotto controllo jugoslavo. Un passaggio segnato da una lunga scia di violenze perpetrate dai partigiani comunisti guidati da Tito nei confronti di chiunque fosse ritenuto ostile alla nascita di una federazione comunista jugoslava, dominata da gruppi dirigenti di origine serba. Per quanto riguarda gli ex territori italiani, la "pianificata volontà di epurazione su base etnica e nazionalistica", come l'ha definita nel 2018 il presidente delle Repubblica Sergio Mattarella, si articolò in due distinte ondate.
La prima ebbe luogo nell’autunno del 1943 e colpì soprattutto l’Istria. Accanto a squadristi e gerarchi fascisti, furono prelevati possidenti, funzionari e chiunque potesse richiamare l’amministrazione italiana, che nei decenni precedenti aveva imposto una dura politica di italianizzazione forzata sotto il regime fascista. La seconda ondata iniziò nel maggio del 1945 con l’arrivo delle truppe jugoslave in Venezia Giulia: le rappresaglie si abbatterono sui soldati della neonata Repubblica Sociale Italiana, sui presunti collaborazionisti dei regimi nazifascisti e anche su partigiani italiani colpevoli di non accettare l’egemonia jugoslava.
Le dimensioni esatte della tragedia restano ancora oggi oggetto di dibattito storiografico. Le stime parlano di almeno 250mila esuli italiani costretti a lasciare le proprie case tra il 1943 e il 1947, con circa 20mila vittime complessive. Di queste, tra le 4mila e le 6mila persone persero la vita nelle foibe. Tra i luoghi simbolo dell’orrore figurano le foibe di Vines, in Istria, dove nel 1943 furono recuperati 84 corpi, e il pozzo di Basovizza, nei pressi di Trieste.
Secondo le ricostruzioni storiche, i condannati venivano legati tra loro con lunghi fili di ferro stretti ai polsi e disposti lungo i bordi delle cavità. I miliziani titini sparavano solo ad alcuni di loro: colpiti, precipitavano nel vuoto trascinando con sé l’intera fila. Molti morirono dopo giorni di agonia, ammassati sui cadaveri degli altri condannati, in condizioni di indicibile sofferenza.