Foibe, memoria selettiva e propaganda: come la destra trasforma una tragedia storica in un luna park identitario a uso elettorale
Sciacalli in doppiopetto, saluti romani riciclati e patriottismo a gettone: il Giorno del Ricordo come spot politico nazionale perenne (per riabilitare il fascismo)
Le Foibe sono una tragedia vera, sporca, complessa. Morti veri, dolore vero, famiglie spezzate. E proprio per questo fanno gola ai professionisti della memoria a targhe alterne, quelli che tirano fuori i morti dal magazzino una volta l’anno, gli danno una spolverata e li portano in piazza come santini elettorali.
Il copione è sempre lo stesso: voce grave, bandiera stirata, lacrima telecomandata. Poi, finito il minuto di silenzio, via a riabilitare il Ventennio “che però ha fatto anche cose buone”, come se il fascismo fosse stato un agriturismo con qualche problema di gestione del personale. Le Foibe diventano così il lasciapassare morale per non parlare mai di colonialismo, leggi razziali, aggressioni, campi di concentramento italiani. Un affare, davvero.
E Giorgia Meloni? Perfetta in scena: patriottica, compunta, apparentemente istituzionale. Recita la parte della statista mentre ammicca a un pubblico che sa benissimo cosa vuole sentirsi dire. Non memoria storica, ma memoria vendicativa. Non complessità, ma slogan. Non pietà, ma contabilità dei morti, come se la storia fosse un campionato dove qualcuno deve vincere.
Il risultato è un circo macabro: i fascisti che fingono di scandalizzarsi per l’odio mentre campano di odio; la destra che grida “pacificazione” con la bava alla bocca. Le Foibe meritano silenzio, studio, rispetto. Non questo karaoke ideologico da comizio di provincia.
Ma noi "ce ne freghiamo", come amano dire certe merde, e quando vediamo un fascista ci ricordiamo le parole dei Blues Brothers: "Siamo in missione per conto di Dio".