Vannacci evapora dalla Lega e partorisce se stesso: acido patriottico, divise immaginarie e l’ennesima allucinazione chiamata destra

Tra slogan muscolari, identità in mimetica e un’Italia vista come caserma permanente, nasce l’ennesima destra che urla di essere diversa

C’è un momento, nella politica italiana, in cui il reality show supera la realtà e la realtà chiede il VAR. È il momento in cui Roberto Vannacci saluta la Lega, si sfila la spilletta, e si cuce addosso un partito nuovo di zecca, come una divisa comprata all’outlet dell’ideologia: taglia unica, rigidissima, zero resi.

La scissione non è un trauma, è una performance. Un atto lisergico in cui l’elettore vede sfilare vecchi fantasmi con nomi nuovi, e sente l’odore familiare di naftalina patriottica mescolata a caffeina sovranista. Vannacci non rompe: evapora. Non fonda: coagula. Prende ciò che era già nell’aria — rabbia, nostalgia, disciplina immaginata — e lo imbottiglia come profumo virile: “Eau de Ordine”.

La Lega tira un sospiro di sollievo, come chi si libera di un coinquilino rumoroso che faceva flessioni alle tre di notte. Salvini archivia, Meloni osserva, e l’Italia assiste a un altro Big Bang a destra: tanto rumore, poche stelle, molte schegge. Il nuovo partito promette chiarezza, ma parla in maiuscolo; promette identità, ma la vende come gadget.

In fondo, è un classico: quando il sistema non ti contiene più, ti autoproclami sistema alternativo. E mentre il Paese chiede salari, sanità e futuro, qualcuno risponde con il fischietto e l’adunata. Gonzo? Sì. Visionario? Forse. Ma il trip è sempre lo stesso: credere che l’ordine, urlato abbastanza forte, diventi progresso.