Roccaraso, un anno dopo l’invasione alla storica località sciistica partita con TikTok: l’overtourism si può gestire
Un anno dopo l’assalto virale, la montagna abruzzese dimostra che la pianificazione può battere l’algoritmo ed il marketing territoriale è la risposta per ogni tipo di turismo
A gennaio 2025 Roccaraso diventava, suo malgrado, un caso nazionale. Una località sciistica storica, abituata a grandi numeri ma secondo equilibri consolidati, si trovava improvvisamente travolta da un’ondata turistica disordinata, in larga parte generata da una mobilitazione social, nata per gioco da parte di un’influencer napoletana. Ecco serviti pullman incolonnati, strade congestionate, grigliate e rifiuti sulle piste, residenti esasperati e operatori divisi tra l’incremento dei flussi e la perdita di qualità dell’esperienza. Fu il momento in cui il termine overtourism smise di essere un concetto astratto per diventare cronaca.
Dodici mesi dopo, la stessa storia sembrava pronta a ripetersi. Gli annunci sui social della tiktoker, accompagnati da altri influencer, avevano riacceso i riflettori su Roccaraso. Le previsioni parlavano di un nuovo “assalto”, di centinaia di bus in arrivo, di un déjà-vu destinato a confermare l’impotenza delle istituzioni di fronte alla viralità digitale. E invece, il weekend di fine gennaio – inizio febbraio 2026 ha raccontato una storia diversa.
Dal caos alla pianificazione
Il primo elemento che emerge dal confronto tra il 2025 e il 2026 è il cambio di passo nella governance. Se un anno fa l’afflusso era stato in larga parte spontaneo e incontrollato, questa volta il Comune, in raccordo con Prefettura e forze dell’ordine, ha scelto una strada chiara: contingentare, programmare, monitorare.
Il provvedimento più discusso è stato il limite massimo di 50 autobus turistici al giorno, con accesso subordinato a una prenotazione preventiva. Una misura semplice, ma decisiva, che ha trasformato un potenziale fattore di crisi in una variabile governabile. I numeri parlano chiaro: nel weekend “sotto osservazione” sono arrivati 28 pullman autorizzati, poco più della metà del tetto consentito, e solo tre mezzi sono stati respinti perché privi di permesso. Nessuna invasione, nessun blocco della viabilità, nessuna emergenza rifiuti.
È un dato che ridimensiona la narrazione dell’assalto imminente e restituisce centralità alla gestione pubblica. L’overtourism, almeno in questa circostanza, non è stato negato o demonizzato, ma incanalato.
Il ruolo dei social: da detonatore a variabile
Il caso Roccaraso continua a essere emblematico per comprendere il rapporto tra social media e flussi turistici. Nel 2025 la chiamata virale aveva agito da detonatore, intercettando una domanda latente di turismo low-cost giornaliero, si parlava di circa 20€ (con sospetto di pratiche in nero annesso), trasformandola in movimento di massa. Nel 2026, a parità di visibilità mediatica, l’effetto è stato molto più contenuto.
Questo non significa che l’influenza dei creator sia venuta meno, ma che non è più sufficiente, da sola, a produrre caos, se il territorio è preparato. La differenza la fa il contesto: regole chiare, controlli, comunicazione istituzionale coerente. In altre parole, i social non sono una forza inarrestabile; diventano problematici solo quando incontrano sistemi fragili.
Overtourism non significa “troppi turisti”
Uno degli equivoci più diffusi sul tema dell’overtourism è confonderlo con il semplice aumento dei visitatori. Roccaraso dimostra il contrario. Nel weekend del 2026 la località ha accolto migliaia di persone, come accade in molti fine settimana invernali, ma senza superare la soglia di sostenibilità.
L’overtourism non è una questione di quantità assoluta, bensì di rapporto tra flussi, infrastrutture e qualità della vita. Nel 2025 quel rapporto si era spezzato; nel 2026 è stato ricomposto grazie a strumenti di governo. È qui che il caso Roccaraso diventa interessante anche per altre destinazioni italiane, dalla montagna al mare, dai borghi alle città d’arte.
Il ruolo delle Amministrazioni nelle destinazioni turistiche
Le parole del sindaco di Roccaraso, pronunciate nei giorni precedenti al weekend, hanno fatto discutere: «Non abbiamo bisogno della promozione dei tiktoker». Una frase netta, che va letta non come rifiuto dei nuovi linguaggi, ma come rivendicazione di un’identità turistica già consolidata.
Roccaraso non è una destinazione emergente in cerca di visibilità. È una stazione sciistica strutturata, con un mercato storico, una capacità ricettiva definita, una stagionalità già intensa. In questo contesto, la promozione estemporanea e non governata rischia di generare più costi che benefici, soprattutto quando intercetta flussi mordi-e-fuggi con bassa ricaduta economica locale.
Il punto, quindi, non è demonizzare chi comunica, ma stabilire chi decide il modello di sviluppo turistico: l’algoritmo o il territorio.
Bus sì, ma non tutti. E le auto?
Un aspetto meno discusso, ma centrale, riguarda la scelta di limitare solo i bus turistici, lasciando libero l’accesso alle auto private. È una soluzione pragmatica, ma non priva di criticità. Se da un lato il pullman rappresenta il simbolo dell’invasione organizzata, dall’altro il traffico veicolare privato resta una variabile difficile da controllare, con impatti su parcheggi, emissioni e sicurezza.
Il caso Roccaraso suggerisce che il prossimo passo, per rendere il modello davvero strutturale, sarà integrare la gestione dei flussi con politiche di mobilità, incentivando mezzi collettivi regolamentati, navette e sistemi di accesso differenziati. Governare l’overtourism significa anche ripensare come si arriva in una destinazione, non solo quanti arrivano.
Un modello replicabile?
La domanda chiave, ora, è se l’esperienza di Roccaraso possa diventare un riferimento nazionale. La risposta è sì, ma con alcune precisazioni. Il contingentamento funziona quando è accompagnato da:– una filiera decisionale chiara;– il coordinamento tra Comune, Prefettura e operatori;– una comunicazione trasparente verso i visitatori;– la capacità di assumersi la responsabilità politica di dire “no” quando serve.
Non tutte le destinazioni italiane hanno la stessa struttura o lo stesso peso turistico, ma molte condividono la stessa vulnerabilità ai picchi improvvisi. In questo senso Roccaraso dimostra che l’overtourism non è un destino inevitabile, bensì una conseguenza di scelte – o non scelte.
Dal caso mediatico alla lezione di policy
A distanza di un anno, Roccaraso non è più solo “la località invasa dai tiktoker”. È diventata un laboratorio, forse involontario, di gestione dei flussi in epoca digitale. Ha mostrato che l’allarme mediatico può essere disinnescato con strumenti ordinari ma tempestivi, e che la politica locale, quando esercita fino in fondo il proprio ruolo, può riequilibrare il rapporto tra promozione e sostenibilità.
Il vero tema, oggi, non è se i social porteranno altri turisti. Lo faranno, inevitabilmente. Il tema è se i territori saranno pronti. Roccaraso, almeno questa volta, lo è stata.
E il messaggio che arriva dalle montagne abruzzesi è chiaro: l’overtourism si può gestire. A patto di volerlo fare.
Di Nicola Durante