Perché il Giorno della Memoria rischia di ridursi a una celebrazione vuota fra le tante: la lezione di Auschwitz e il confine infranto, Gaza nella nostra epoca postumana
La "banalità del male" di ieri si riflette nell'efficienza distruttiva di oggi. La nostra capacità di comprendere la portata dell'orrore nell'era contemporanea fa la differenza sulla vita che vogliamo
Il filosofo Michael Walzer ha scritto: «Anche una “guerra giusta” deve avere limiti. Superarli significa perdere la giustizia della causa». La stessa logica moderna che ha prodotto progresso, efficienza e organizzazione può produrre Auschwitz, se perde il limite umano. La follia e il male assoluto non nascono all’improvviso: avanzano per giustificazioni successive, per ragioni spesso plausibili, fino a trasformarsi in altro, a superare soglie progressive. Quando il confine si rompe, l’orrore dei crimini di guerra diventa amministrazione ordinaria o, peggio, cronaca di una distruzione totale.
In questo senso, nella prima ricorrenza del Giorno della Memoria successiva all’accordo di “cessate il fuoco” fra Israele e Hamas, andrebbe aperta una riflessione più profonda, meno retorica e di parte, su quanto accaduto a Gaza in seguito alle stragi di civili del 7 ottobre 2023. Una riflessione che non eluda il trauma israeliano, ma che non rimuova nemmeno la sofferenza palestinese, né la sproporzione degli effetti prodotti su una popolazione civile priva di reali possibilità di sopravvivenza.
Durante la Seconda guerra mondiale, il governo nazista tedesco trasformò il genocidio di un popolo, così come quello di minoranze e dissidenti, da atto barbarico disumano a processo razionale, nel quale la divisione del lavoro di tipo fordista veniva finalizzata alla morte degli individui. Uno compilava moduli. Uno guidava un treno. Uno apriva una valvola. Uno controllava un registro. Per la prima volta gli esecutori smisero di percepirsi come assassini. Divenne per loro legittimo ragionare sull’efficienza del processo di distruzione del diverso da sé. Nessuno si sentiva responsabile: l’organizzazione del lavoro e l’obiettivo finale prevalevano sugli accadimenti concreti, sul fatto che si gestivano vite umane come oggetti.
Per questo il Giorno della Memoria, ovunque si celebri, non è un rito identitario, ma un patto universale. È il giorno in cui si ricorda per non separare un “noi” da un “loro”, ma per affermare che esiste una soglia oltre la quale nessuna storia, nessuna paura e nessun diritto possono giustificare l’annientamento dell’altro. Tutto ciò che viene assolutizzato — la sicurezza legittima, la legge, la memoria, persino la vendetta — quando smette di riconoscere un confine, rompe quel patto.
Il 7 ottobre è stato un eccidio. Circa milleduecento civili israeliani sono stati massacrati in un atto feroce, senza attenuanti. Un trauma che ha riaperto la ferita più profonda della storia ebraica. Ma proprio per questo la risposta non può essere la sospensione di ogni limite, né la cancellazione di una città. Di fronte ai fatti di Gaza, la domanda non è dunque solo retorica. Non si discute soltanto di operazioni militari, ma di decine di migliaia di morti, di ospedali distrutti, di interi quartieri rasi al suolo, della fame usata come strumento strategico, di bambini e civili ridotti a cifra statistica di morti quotidiane, considerate inevitabili. Con un fatto del genere non si è colta fino in fondo la portata di ciò che sta accadendo nella nostra scintillante epoca del postumanesimo?
E’ proprio questa normalizzazione della distruzione dell’altro che mina da ogni angolo il patto del Giorno della Memoria, soprattutto nella coscienza collettiva.
La legittima difesa, portata all’estremo, consuma ogni buona ragione. La memoria, portata all’estremo, diventa vuota retorica. La giustizia, senza limite, si trasforma in vendetta. E quando tutto è lecito, nessuno è innocente, e il Giorno della Memoria rischia di ridursi a una celebrazione vuota fra le tante.