Jovanotti incontra Jodorowsky, quando il pop italiano mainstream incrocia il geniale regista antiregole a Parigi: un pomeriggio tra il giullare solare e il mago anarchico
Due mondi a distanze siderali. Eppure si sono incontrati per volere di Jovanotti, a Parigi
A prima vista Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, e Alejandro Jodorowsky stanno insieme come un jingle della Coca-Cola e un rituale sciamanico con una gallina decapitata. Che ci fanno insieme Jovanotti, il solare giullare mainstream, e Jodorowsky, il surrealista anarchico, regista di El Topo e Santa Sangre, autore della Psicomagia tra le sue diecimila geniali invenzioni?
Il primo ti parlerebbe di spread pedalando a Capalbio, il secondo che per guarire dalla mercificazione dell’anima devi seppellire una foto di tuo nonno sotto un cactus e ripetere il suo nome in sanscrito cento volte. Due mondi a distanze siderali. Eppure si sono incontrati per volere di Jovanotti, a Parigi.
L’uno, Jova, arriva in città con le figlie e i tarocchi nello zaino, l’aria di chi ha seguito una serie di coincidenze cosmiche, e chiede all’amico di un amico di incontrare il genio; l’altro gli apre la porta a 97 anni e lo abbraccia, quasi a dimostrare che gli stupefacenti perfettamente legali esistono. Jova lo racconta sulla sua pagina Facebook, spiegando di aver visto e letto ogni cosa del regista cileno, e subito scattano i commenti. Come quello di Ugo: “La frase ‘ho tutto di Jodo’ la dice lunga su chi sei o su come fai. Gli incontri, se sono importanti, non si raccontano. Jodorowsky è il contrario della mercificazione”. O Desiré: “Pensa che per anni potevi incontrarlo in un café a Parigi… faceva i tarocchi ai fortunati che passavano a trovarlo, ogni mercoledì”. A dire il vero, arrivano anche tanti apprezzamenti per Jova.
Infatti Lorenzo Cherubini e Alejandro Jodorowsky sono, in un campo, più vicini di quanto si creda: quello delle resurrezioni. Jovanotti: corpo pop leggero, energia anni Novanta, allegria come postura politica. Poi arrivano le crepe, il bisogno di senso, la fatica di essere sempre “solari”, i lutti privati, fino all’incidente recente in bici che lo inchioda al dolore. Non più saltare, ma restare. Il corpo ferito diventa strumento di una nuova riflessione. Jodorowsky, al contrario, nasce già come un morto che cammina. Censurato, incompreso, film interrotti, povertà materiale. La sua resurrezione è paradossale: arriva quando smette di voler essere accettato. Trasforma il fallimento in metodo, il trauma in linguaggio, il dolore familiare in materia poetica: mostrare alle persone come agire sul proprio inconscio. La vecchiaia lo trova più giovane di prima, perché finalmente libero dalla necessità di dimostrare.
Jovanotti accusato di amare “il sistema” come si ama un vecchio motorino che almeno parte sempre. Jodorowsky che, invece, considera proprio “il sistema” un’allucinazione collettiva da curare con atti poetici estremi. Ma entrambi fanno la stessa cosa imperdonabile: credono ancora che l’arte possa servire a qualcosa, oltre i soldi. Ed è questo che li rende più vicini del prevedibile. Niente spaventa di più del prendere sul serio l’immaginazione, che tu lo faccia con una hit radiofonica o con un mazzo di tarocchi, mostrato per tre ore a un pubblico in trance, come fa l’ex regista da anni. Due mondi su corsie diverse della stessa autostrada cosmica: una con il sound system nazional popolare, l’altra senza neanche asfalto.