La buona fede e la cattiva coscienza, il fumo e il fuoco nell'urbanistica milanese,costruttori,architetti e dirigenti nell'occhio del ciclone
La buona fede e la cattiva coscienza, il fumo e il fuoco nell'urbanistica milanese
Non volevamo entrare in questo scivoloso argomento da troppo tempo d'attualità ma mi pare importante testimoniare la presa d'atto di una revoca di un sequestro di un edificio nel centro della Città, con motivazioni che non vorremo a nostra volta giudicare.
Troppe sentenze e molti distinguo ci hanno indotto a non capire il motivo per cui non si è mai svolto un dibattito serio su queste argomentazioni corrette o sbagliate dei giudici.
Allora cercherò di spostare le valutazioni del "pasticciaccio brutto" non di via merulana, ma di via Anfiteatro sull'azione intellettuale dei tanti che lavorano in questi mari in tempesta.
Dunque gli attori di questo racconto sono di tre categorie: costruttori(sempre ricchi e cattivi per la vulgata popolare),architetti, sempre pronti a sottostare alle esigenze avide del "cementificatore", e "uffici preposti", troppo fragili per poter creare una diga allo strapotere del plutocrate meneghino.
Tutto perfetto dunque, se fosse un giallo, con zone grigie, anzi scurissime, dove ignobili individui, si spartiscono la città e lauti guadagni impropri.
Da una parte dunque una schiera di Robin Hood, senza arco e frecce, e dall'altra banditi impuniti alla caccia di soldi facili.
Ma avete mai sentito parlare di lentezze burocratiche? di cavilli urbanistici? di normative fantasiose e spericolate? credo che anche i tanti che giocano a fare i ricorsi al Tar(ormai uno vero sport nazionale, tanto che bisognerebbe inserirlo nelle discipline olimpiche),forse sono molto più interessati, al loro "particulare", che allo sviluppo della città, e hanno fondato il partito minaccioso, e imprevedibile che vuole una città cristallizata e mummificata,un presepe antiquato e polveroso.
Che significa dunque buona fede e cattiva fede, e qui mi rivolgo principalmente al Progettista, se non creare le condizioni, nella ambito delle proprie capacità estetiche, etiche per migliorare la qualità della vita e della città, dunque dopo trenta esami al Politecnico è difficile dubitare della buona fede, anche perchè ricordiamo che ogni abuso, può essere letto da tante prospettive(esame di disegno al primo anno).
Con beneficio d'inventario, e con la presunzione di innocenza, forse perduta, possiamo affermare che esistono ordini professionali, che sono la magistratura degli architetti e ingegneri che vigilano sulla corretta interpretazione delle virtualità di ogni PGT.
Ecco la buona fede forse, nasce da questo rapporto tra verità e interpretazione, ma qui entreremmo in un oceano in tempesta.
Qualcuno ha decretato che la buona fede è antitetica al principio dell'abuso, e intendiamoci mi riferisco a metodologie progettuali, volumetriche, a scapito di una rigidità di norme che in quanto tali devono fare il loro "lavoro" sull'intelligenza della città, dei professionisti e dei dirigenti.
Un vero dibattito, è sempre stato appannaggio del mondo giuridico, con difficile coinvolgimento di tutti gli altri aspetti che invece sono il fuoco del problema e non il fumo, e cioè tutto "quello che non si può fare è un abuso", ed è troppo facile culturalmente rispondere a questa prigione normativa, perchè se fosse così, non ci sarebbe stata l'evoluzione dell'architettura degli ultimi secoli, fatta esclusivamente di interpretazioni intellettuali inaspettate.
Oggi la Cappella di Ronchamp di Le Corbusier, potrebbe essere abbattuta
La buona fede non sempre nasconde una cattiva coscienza e non vogliamo tornare alla vecchia posizione provocatoria, scherzosa, già più volte espressa: in queste condizioni il PGT non serve più, se non è capace di rendere a una città più bella, contemporanea, se siamo tutti potenzialmente immorali e pregiudicati, allora hanno ragione i giudici, altrimenti sarà la sconfitta definitiva dell'urbanistica moderna.
"Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri"
La fattoria degli animali (Animal Farm) di George Orwell, 1945