Delitto Nada Cella, i giudici entrano in camera di consiglio, nel primo pomeriggio ci sarà la sentenza

Imputati Annalucia Cecere, accusata di omicidio volontario, e Marco Soracco, che deve rispondere di favoreggiamento. Solo il commercialista presente in aula

La Corte d’assise di Genova si è riunita in camera di consiglio. Nel primo pomeriggio, il presidente Massimo Cusatti, pronuncerà la sentenza di primo grado nell’ambito del processo sull’omicidio di Nada Cella. A processo Annalucia Cecere, ex insegnante 56enne, accusata di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi – per cui l’accusa ha chiesto l’ergastolo – e il commercialista Marco Soracco, imputato invece per favoreggiamento e per cui sono stati chiesti quattro anni, per avere nascosto alcune informazioni chiave sulla vicenda avvenuta il 6 maggio 1996 nel suo studio in via Marsala, a Chiavari, dove la giovane segretaria lavorava.

In aula il solo Soracco che, prima di entrare a palazzo di giustizia ha detto ai giornalisti: “Sono tranquillo”. Annalucia Cecere, che non ha mai presenziato alle udienze, non è arrivata neppure oggi a Genova. Per lei i legali Giovann Roffo e Gabriella Martini. Per la famiglia di Nada Cella la cugina SilviaStamani nell’aula della Corte d’assise anche l’ultima replica di Andrea Vernazza, avvocato di Marco Soracco: l’avvocato ha ribadito l’auspicio al proscioglimento del suo assistito e, richiamando la legge Cartabia, è tornato a esprimere dubbi sul rinvio a giudizio nonostante la decisione del gup.

Nell’intervento Vernazza ha criticato che nella requisitoria dell’accusa si sia fatto più volte cenno in maniera tendenziosa a comportamenti di Soracco, a partire da un presunto tentativo di ritardare i soccorsi per Nada la mattina in cui la trovò in fin di vita nell’ufficio, e ha bollato come illazioni gran parte degli elementi portati dall’accusa contro il suo assistito tra cui una serie di comportamenti che avrebbero favorito l’assassina. Infine è tornato ad attaccare la criminologa Antonella Delfino Pesce per le modalità con cui ha portato avanti le sue investigazioni e per il fatto che, “per la procura – dice Vernazza – sia stata considerata una supertestimone”.

Il processo sul giallo di Chiavari era iniziato nel febbraio scorso dopo la riapertura del caso, nel 2021.  E si era aperto con un colpo di scena. Nonostante il “non luogo a procedere” con cui la gup Angela Nutini aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta – sulla base della legge Cartabia non c’erano elementi sufficienti a stabilire un’eventuale condanna – la Corte d’Appello aveva rinviato a giudizio la donna. Nada Cella aveva 24 anni quando fu aggredita brutalmente nello studio di commercialisti dove era impiegata. A ritrovarla, in un lago di sangue – morì qualche ora dopo – era stato proprio il titolare Marco Soracco, inizialmente sospettato per l’omicidio della ragazza. Anche Cecere, all’epoca, fu indagata: alcuni testimoni l’avevano vista uscire dal palazzo dove avvenne il delitto. L’indagine a suo caricò durò pochi giorni. Ma proprio in quei giorni i carabinieri, durante una perquisizione a casa della donna, trovarono un elemento che si è rivelato fondamentale per la riapertura del cold case.