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Scuola, incubo pre e post Covid. Calculli: "Noi genitori lavoratori ostaggi dei tempi della burocrazia"

Intervista de Il Giornale d'Italia a Michela Calculli, blogger e divulgatrice di economia, finanza e fisco

21 Settembre 2021

scuola

Il mondo della scuola pubblica è un incubo, sia prima dell'arrivo della pandemia, che con l'arrivo delle nuove misure anti-Covid. Il Giornale d'Italia ha parlato delle problematiche emerse con la ripresa delle lezioni con Michela Caculli, blogger e divulgatrice che scrive di economia, finanza e fisco. Con l'inizio delle lezioni aveva lanciato un appello sui suoi canali social dove invitava i genitori a raccontare i propri problemi con la burocrazia che, a due settimane dalla prima campanella, non ha ancora saputo risolvere. Ma ha registrato anche storie di successo, che rivelano come sia facile implementare le giuste soluzioni.

"Io partita Iva sono ferma, così non posso lavorare"

Michela Calculli il mondo della scuola lo conosce bene: madre insegnante e due figli, ha vissuto tutte le problematiche che un genitore lavoratore deve affrontare quando arriva settembre. Disagi che, con l'arrivo della pandemia, hanno completamente stravolto gli equilibri (già fragili) di una famiglia con figli in età scolare.

"Siamo alla seconda settimana dall'inizio delle lezioni, e ancora abbiamo orari provvisori", racconta Calculli a Il Giornale d'Italia. "A essere ancora incerti sono soprattutto gli orari di uscita dalla scuola, ma non solo. Non abbiamo ancora tutti gli insegnanti, non abbiamo la mensa", elenca la blogger. Una situazione che mette spalle al muro qualunque genitore, soprattutto coloro che lavorano in proprio.

"Questo significa che siamo noi famiglie a fare l'aiuto di Stato: dopo tre mesi di scuola chiusa, arriviamo a settembre che, di fatto, diventa un altro mese 'anomalo'. Diventa impossibile riprendere con il lavoro per altre quattro settimane. Io sono una lavoratrice autonoma, che deve portare avanti tanti progetti e vorrebbe iniziarne di nuovi. Ma con questi continui cambi di regime finisco per rimanere ferma."

Michela Calculli abita a Torino, dove non tutte le scuola hanno ancora ripreso con l'offerta scolastica a tempo pieno, in primis per via dei tempi burocratici legati alle assunzioni dei docenti. "Ci troviamo in una situazione per cui, tra una settimana, ancora non si sa se riprenderemo la scuola con i tempi di sempre. E il weekend successivo, comunque, ci saranno le amministrative a Torino: questo significa che lunedì e martedì [4-5 ottobre, ndr.] i bambini dovranno restare a casa. Di conseguenza perdo anche io due giorni lavorativi". 

"Famiglie provate da due anni di squilibrio"

"Prima del 6 ottobre sicuramente non avremo un equilibrio. Già le famiglie vivono di equilibri precari, e l'arrivo della pandemia ha stravolto una situazione già complessa", racconta Calculli. "Le famiglie sono provatissime da due anni di squilibrio, mese dopo mese ci siamo dovuti riabituare a mille cose diverse: prima chiusi in casa, poi restare a casa o uscire a singhiozzo...adesso sembra esserci il miraggio di una ripresa normale, ma rimane questo flagello dell'anno scolastico che inizia sempre nel caos".

Chiediamo se sia migliorata o meno la situazione dall'arrivo dell'emergenza sanitaria. "Non è cambiato niente in termini di numeri per le classi, perché noi abbiamo sempre avuto la fortuna di avere classi piccole. Gli ingressi sono ancora separati in fase orarie diverse, e procedure anti Covid sono le stesse della primavera."

E riguardo alla mensa scolastica, che ancora non è ripartita? "Succede sempre. E con il Covid la situazione è cambiata. L'anno scorso entrambi i miei figli frequentavano la primaria, avevano cambiato gli spazi per evitare gli assembramenti. In pratica, il più grande mangiava in mensa, mentre il piccolo [7 anni, oggi in seconda elementare, ndr.]  mangiava in classe."

"Mio figlio non sa cosa significhi socializzare con i compagni"

"Ecco, racconta Calculli in merito alle restrizioni per arginare i contagi in classe,  la cosa brutta del Covid è che mio figlio ha iniziato le elementari quando è iniziata la pandemia. Non sa cosa significhi avere un compagno di banco, non sa cosa voglia dire alzarsi durante la ricreazione, e stare insieme a giocare".

"Mio figlio a scuola finisce per rimanere seduto 8 ore, se calcoliamo che pranza anche in classe. Se i docenti non lo portano fuori lui rimane solo, parla solo con pochi amichetti dei banchi più vicini, ha poca confidenza a socializzare con gli altri bambini. Almeno il più grande [11 anni, ndr.] questo se lo ricorda." E conclude: "Sembrano aspetti piccoli, ma non lo sono nella crescita di un bambino."

Scuola pubblica nel caos: "Si fa fretta solo per vessare i poveracci"

Michela Calculli ha poi raccontato alcune delle situazioni rilevate tra amici e colleghi. "In molte scuole pubbliche questi problemi legati alle prime settimane di lezione non ci sono. Mi chiedo di chi sia la colpa. Ho amici i cui figli hanno iniziato il tempo pieno, con tanto di mensa, perché non riusciamo a Torino a fare questo salto, dove si inceppa il meccanismo?"

"Quando ho lanciato la discussione, molti insegnanti mi hanno risposto, e mi hanno confermato che il grosso del problema risiede nelle nomine dei docenti. L'anno scolastico inizia 1 settembre, quindi non si riesce a iniziare fino a quel giorno. A quanto pare i 15 giorni di settembre sono troppo pochi. Non si può buttare tutto sulle spalle dei dirigenti: l'anno scorso ci arrivavano addirittura le email di notte, tante erano le cose di cui la nostra dirigente doveva occuparsi"

"Mi ha colpito l'immagine della ragazza con il vestito da sposa che si è dovuta presentare a scuola per firmare il contratto. Fanno fretta ai poveracci per dare la disponibilità, si fa fretta per vessare la gente, mentre non si fa pressione per arrivare pronti all'inizio della scuola." "Anche una mia amica è stata chiamata mentre era al mare con la famiglia: ha dovuto mollarli lì da un momento all'altro perché se non si presentava per firmare la convocazione sarebbe rimasta senza lavoro."

Il risultato è che le famiglie queste cose le pagano, non solo con i soldi per l'istruzione in orari extrascolastici, ma in termini di tempo sottratto al proprio lavoro e altri compiti urgenti.

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