Agatha Christie, sono 50 anni che ci manca! Oh, ridateci quei suoi maggiordomi impassibili che dicevano “La cena è servita, milady, e c’è un cadavere in biblioteca”
Eventi, news e serie TV celebrano ovunque la più grande giallista di tutti i tempi. Lei è scomparsa nel 1976. I suoi lettori, loro, non sono scomparsi mai.
Quando ‘morì’ gli fecero il necrologio sul New York Times, in prima pagina. Che c’è di strano, direte? Nulla, soltanto che rimase un caso unico nella storia perché…il personaggio era immaginario: Hercule Poirot, il mitico investigatore che Agatha Christie creò nel 1920 con il romanzo “Poirot a Styles Court” e poi ‘ammazzò’ senza pietà in “Sipario” pubblicato nel 1975.
È solo uno dei tanti episodi che testimoniano la popolarità della strepitosa scrittrice inglese, due miliardi di copie in 100 lingue, in pratica la più venduta di ogni epoca e quest’anno commemorata nel 50° anniversario della morte con visite guidate, conferenze, rassegne, spettacoli teatrali, passeggiate letterarie, soprattutto in Inghilterra: dall’International Agatha Christie Festival (12-20 settembre a Torquay, la città dove nacque nel 1890) alla grande mostra della British Library di Londra che debutterà il 30 ottobre e sarà visitabile fino al 20 giugno 2027, ricchissima di documenti, lettere, foto tra la sua macchina per scrivere Remington e la sua voce su registrazioni originali.
La Christie, si sa, è sempre stata la leggenda, di più, il vero simbolo del Regno Unito - tutt’uno con le gentildonne delle sue trame, i cottage di campagna, il colonnello tornato in pensione dall’India, le mostre floreali, la pesca di beneficenza, il tè delle cinque servito dai camerieri alteri e inappuntabili - ma in realtà non era proprio “purosangue”: il padre Frederick Miller, facoltoso agente di cambio, aveva origini americane, la madre Clara Boehmer le aveva tedesche. È la prima (architettata praticamente nella culla se così si può dire) delle molte sorprese, delle molte ambiguità che costellano la sua vita come i suoi libri. Un’altra, la più inquietante, e tuttora irrisolta, è quella della celebre fuga di 11 giorni nel 1926 (guarda, giusto giusto un secolo fa, di nuovo un anniversario).
Ma già, non si diventa a caso regine del mistero, bisogna averci l’inclinazione. E Agatha Christie, d’inclinazione, ne aveva anche troppa. Quanto a segreti e nomi falsi, non si fece mancare nulla. E in quell’occasione, dal 3 al 14 dicembre 1926, rimase muta, irreperibile. Una sfinge. Dicevamo della sua straordinaria notorietà? Pensate che si mobilitò l’intera nazione e la cercarono 15.000 onesti sudditi di Sua Maestà. Lei, neanche uno straccio di spiegazione. Perché si spacciò per la “Signora Neele” che le aveva soffiato il primo marito Archibald? Smania di fargliela pagare cara e amara? Esaurimento nervoso? Desiderio di procurarsi un botto di pubblicità? Fu vaghissima: mah…chi lo sa…amnesia…
Comunque, per questo ghiotto cinquantesimo, Netflix ha varato la recentissima miniserie televisiva “I sette quadranti” in tre puntate. La Christie scrisse questa vicenda nel 1929 e gli Oscar Mondadori l’hanno ristampata da pochi giorni. Da non perdere in libreria, tra tante nuove edizioni dei suoi romanzi, “L’assassinio di Roger Ackroyd”: sì, ancora un centenario, risale infatti al 1926 e decisamente è il suo capolavoro assoluto grazie all’incredibile finale (sebbene “Il ritratto di Elsa Greer” del 1942 gli contenda il posto di brutto).
Dal 6 all’8 marzo, poi, il Teatro Alfieri di Torino programma “Trappola per topi”, commedia poliziesca che l’autrice trasse dal suo racconto “Tre topolini ciechi”, forse senza immaginare nemmeno lei quello che avrebbe scatenato…
Il dramma, infatti, dall’esordio nel 1952, viene rappresentato ininterrottamente ogni sera a Londra, prima all’Ambassadors Theatre, poi dal 1974 al St Martin’s Theatre. Oltre ventiseimila repliche, in pratica la messa in scena più longeva del mondo.
Perché stupirsene? Ha le carte in regola del più classico intreccio inglese: l’alberghetto in campagna che resta isolato a causa di una terribile bufera di neve, i proprietari e gli ospiti apparentemente “normali”, ognuno invece con qualche enigma da nascondere, forse un delitto avvenuto decenni prima. E poi lui, l’immancabile, l’inimitabile, l’ineffabile sergente di Scotland Yard, naturalmente in completo di tweed, naturalmente sulle tracce di un misterioso assassino psicopatico…ma sarà davvero così? E se il Daily Telegraph scrive che è il giallo più intelligente del teatro britannico e che potrebbe andare avanti per sempre, ci sarà pure un motivo, giusto?
La narrativa gialla-poliziesca, oggi, è tutta sangue, perversioni, effettacci, incongruenze spesso assurde. Nelle pagine di Agatha Christie è soft e rigorosamente logica. L’omicidio si consuma velocemente all’inizio e poi quasi si dimentica. L’attenzione si concentra sui personaggi, sulle loro reticenze appena accennate, su quegli interrogativi che arrivano dal passato - figli abbandonati, ritrovati, adottati, scomparsi, riapparsi - e su quei dialoghi deliziosamente indeterminati - si, no, forse, non ricordo bene, veniva da Bristol, ma no, veniva da Dover, dieci anni fa, che dici, mio caro, almeno venti, ebbe un maschietto? si sbaglia Lady Carmichael, due gemelle…
Tutto è orchestrato con superlativa maestria, tutto getta fumo negli occhi del lettore e lo avvince inesorabilmente. Nel primo colpo di scena se ne cela un secondo, e nel secondo addirittura un terzo, clamoroso! con i minimi particolari che s’incastrano gli uni agli altri tipo meccanismo svizzero. I ragionamenti risolutivi di Poirot o di Miss Marple sono trionfali. E l’arma vincente è l’ironia.
La Christie, infatti, sa riversarne in ogni situazione. Non dimentichiamoci che si sposò in seconde nozze con l’archeologo Max Mallowan, di 14 anni più giovane, e che soleva dire: “Un archeologo è il marito migliore per una donna: più lei invecchia, più lui le dimostra interesse”.
di Carla Di Domenico