Quando Aristotele Onassis perse il futuro per la perdita prematura del figlio maschio Alexander. Era il 23 gennaio 1973
Quando il Piaggio P.136 si schiantò sulla pista di Atene, Onassis non perse solo un figlio, perse il senso di tutto il suo impero
Quando Aristotele Onassis perse il futuro per la perdita prematura del figlio maschio Alexander. Era il 23 gennaio 1973
Il 23 gennaio 1973 non è morto solo un ragazzo di ventiquattro anni su una pista d’atterraggio ad Atene. In quel momento è crollata l’unica cosa che Aristotele Onassis non era mai riuscito a comprare: il futuro. Alexander non era solo un figlio; era l’erede di un impero che l’armatore greco aveva pianificato per tutta la vita. E come nelle migliori monarchie aveva individuato nel figlio, il degno erede di quello che aveva costruito. Da quel giorno, l’uomo che aveva sfidato i governi e i mari si ridusse a un guscio vuoto, convinto che la morte del figlio non fosse un incidente, ma un sabotaggio, un complotto orchestrato dai suoi nemici. In quel momento tragico, la presenza di Jackie Kennedy Onassis, la seconda moglie di Onassis fu l’unico elemento di realtà in un mare di disperazione. Le cronache dell’epoca ci raccontano una verità lontana dalle copertine patinate. Il loro matrimonio era finito da un pezzo: Ari la chiamava con disprezzo “la vedova”, il loro matrimonio era ormai svuotato, e in quegli anni Onassis si era nuovamente riavvicinato a Maria Callas, mentre stava già consultando gli avvocati per il divorzio. Eppure, quando arrivò la notizia dello schianto, Jackie non esitò. Salì su un aereo e raggiunse la Grecia in poche ore. È difficile immaginare cosa provasse Jackie in quel corridoio d’ospedale. Lei, che dieci anni prima a Dallas aveva raccolto i frammenti del cranio di suo marito sul sedile di una Lincoln, si ritrovava davanti un altro uomo distrutto. Ari era fuori di sé: voleva ibernare il corpo di Alexander, non accettava la morte cerebrale, urlava contro i medici. Mentre tutti i dipendenti di Onassis tremavano davanti alle sue urla, Kackie gli prestò la sua freddezza anglosassone. Fu lei a parlare con i medici americani fatti arrivare d’urgenza, a tradurre la verità clinica e, infine, a convincere Ari che era il momento di staccare le macchine. Per i mesi successivi, Jackie si trasformò in un’ancora. Nonostante le liti passate e l’ombra della Callas che incombeva sempre, non lasciò mai il fianco di Onassis. Si dice che gli sussurrasse parole in quel greco che aveva faticato a imparare, cercando di riportarlo a mangiare, a dormire, a vivere. Persino Christina, la figlia di Ari che l’aveva sempre odiata profondamente, dovette ammettere che Jackie fu l’unica capace di gestire quell’uomo ormai finito dal dolore. Jackie organizzò il funerale sull’isola di Skorpios con la stessa solenne precisione che aveva usato per JFK, sapendo che quando il cuore esplode, solo il rito può salvarti dal baratro. Onassis confessò a un amico che Jackie gli aveva fatto il regalo più grande: non lo aveva lasciato solo a bruciare vivo nel suo inferno personale. È una storia che insegna quanto i legami umani siano complessi; a volte non restiamo accanto a qualcuno perché lo amiamo in modo perfetto, ma perché riconosciamo il suo dolore come fosse il nostro. Onassis morì solo due anni dopo, nel 1975, consumato dal crepacuore. Alexander era l’erede designato e, tolto quello, l’edificio era destinato a cedere. Jackie rimase con lui fino alla fine, gestendo le ultime crisi con la solita silenziosa dignità. Resta il ricordo di quel 23 gennaio, una data che segna la fine dell’età dell’oro per i protagonisti del jet-set mondiale e ci restituisce l’immagine di una donna che, nonostante tutto il fango che le è stato gettato addosso, sapeva esattamente cosa significasse la parola responsabilità.