Quando l’apparire prende il posto dell’essere, la vita diventa leggera, fragile, senza direzione e il passato non genera più il presente

Senza radici e senza memoria, l’identità diventa fragile e facilmente sostituibile, non conta più ciò che si è costruito nel tempo, ma come si appare in quel momento

C’è stato un tempo in cui ciò che una persona mostrava agli altri aveva e doveva avere a che fare con ciò che era davvero. Oggi succede spesso il contrario: si diventa ciò che si riesce a far vedere. L’identità non nasce più dall’esperienza, dal carattere o dalla storia personale, ma dall’immagine, dall’approvazione e dalla visibilità.
Non è un problema che riguarda solo i giovani. Anche molti sessantenni inseguono un’eterna giovinezza, rifiutando qualsiasi segno del tempo. Devono apparire attivi, felici, vincenti, sempre in forma. La profondità, la lentezza, il dubbio e persino la maturità sembrano difetti da nascondere.
Così l’essere umano perde spessore. Senza radici e senza memoria, l’identità diventa fragile e facilmente sostituibile. Non conta più ciò che si è costruito nel tempo, ma come si appare in quel momento. Tutto deve essere immediato, semplice, condivisibile. E in questa corsa a mostrarsi, si smarrisce il senso di chi si è davvero.
A questa perdita di profondità si aggiunge una mancanza sempre più evidente di saggezza. Non perché manchino informazioni, ma perché non si valorizzano più i ricordi trasmessi a voce, i racconti di chi ha vissuto prima di noi. Le storie non si ascoltano più. Le esperienze non si tramandano. Il sapere non passa di bocca in bocca, di generazione in generazione. Senza memoria condivisa, non può nascere nessuna vera maturità.
Anche lo studio dei classici è diventato superficiale, quando non del tutto inutile agli occhi di molti. I testi che per secoli hanno insegnato a pensare, a dubitare, a distinguere, vengono evitati o ridotti a riassunti veloci, frasi isolate, citazioni decorative. Chi sono Pirandello, Kierkegaard, Sant’Agostino, Platone. Possiamo dire che siamo alla frutta di Rousseau. Manca lo studio serio, lento, critico. Senza confronto con chi ha pensato prima di noi, il pensiero si impoverisce e si ripete, convinto di essere originale mentre gira a vuoto.
In questo scenario è scomparsa una figura fondamentale: quella dei nonni. Non solo come ruolo familiare, ma come presenza simbolica. Il nonno rappresentava il tempo lungo, la pazienza, il racconto, il limite. Era il segno vivente che la vita ha stagioni diverse e che non tutto deve essere veloce o brillante. Oggi questa figura è diventata ingombrante. Anche i nonni devono essere giovani, sorridenti, dinamici. La vecchiaia non è più una fase naturale, ma qualcosa di cui vergognarsi.
Al posto di quella voce lenta e imperfetta si è fatto spazio un sapere rapido e apparentemente onnisciente. Oggi si chiede tutto a una chat: risponde sempre, sa tutto — o almeno così si crede. Ma è un sapere senza esperienza, un nozionismo privo di anima. È istruito per sembrare amico, ma spesso fornisce risposte inadatte a chi le riceve, perché non conosce la persona, il suo vissuto, le sue ferite. Un nonno, invece, sapeva cosa dire e soprattutto come dirlo: sapeva tacere, aspettare, dosare le parole. Non dava risposte perfette, ma necessarie.
Allo stesso modo è scomparsa la morte. Non perché non esista più, ma perché non vogliamo vederla. Viene tenuta lontana, nascosta, rimossa. Si vive come se il tempo non finisse mai e come se le scelte non avessero conseguenze. Nessuno vuole ricordare che siamo di passaggio. Eppure è proprio la consapevolezza della fine che dà peso alle parole, valore ai legami, senso alle azioni.
Tutto, invece, oggi è veloce. Inizia e finisce in pochi minuti. Il tempo di un like, di una storia, di un messaggio. Il tempo di un rimorchio che accende l’adrenalina e gonfia l’ego, per poi spegnersi subito dopo. Non c’è attesa, non c’è costruzione, non c’è responsabilità. Conta solo l’effetto immediato, l’emozione rapida, la conferma istantanea di esistere.
In questa società dell’apparire non c’è spazio nemmeno per la tristezza. Chi soffre, chi è stanco, chi attraversa un momento buio viene spesso evitato. È fuori luogo. Disturba. Non corrisponde all’immagine della vita perfetta che scorre sui social: una vita sempre felice, sempre in ordine, sempre sorridente. Il dolore mette a disagio perché ricorda che non tutto è controllabile e che la fragilità fa parte dell’esistenza.
Il risultato è una comunità sempre più povera dentro. Senza memoria, senza trasmissione, senza saggezza. Il legame con il passato è stato tagliato e il futuro non viene più pensato. Si vive nel presente continuo, riempito di immagini e stimoli, senza chiedersi che cosa resterà. È un vuoto rumoroso: tutto è visibile, tutto è esposto, ma poco è davvero vissuto.
Forse il problema non è l’apparire in sé, ma il fatto che sia diventato l’unico criterio di valore. Quando l’apparire prende il posto dell’essere, la vita diventa leggera, sì, ma anche fragile e senza direzione. Recuperare profondità non significa tornare indietro, ma ricordarsi che senza memoria, senza studio, senza limite e senza responsabilità verso chi verrà dopo di noi, non stiamo davvero vivendo. Stiamo solo passando davanti a uno schermo