Dal canto gregoriano al Metaverso, da Cy Twombly e Salvatore Garau: perché non è vero che gli umani amano il vuoto
La scusa per vendere l'immateriale è sempre la stessa: se qualcuno se lo compra è materiale eccome, anzi è immateriale come mia nonna in carriola (almeno da viva, ma pure defunta): è materia materiale punto e basta
'Oops, i did it again!' sospirava farfallinescamente una Britney Spears di ormai parecchio tempo fa. Ci siamo ricascati, e se non proprio tutti comunque un bel po' di noi tutti. Eccoci. Siamo tornati a vedere la bolla dell'immateriale, che siccome basta descriverlo... ecco che si materializza e PUF! diventa subito un immateriale materizzato. Anzi materialmente spendibile, vendibile, venduto, e quindi materiale. E nella smania di vendere e comprare anche i tollini di bottiglia ovviamente si vendono lotti di Luna e di stelle, tra poco anche il tempo passato e futuro in innovative start up, oltre ovviamente alla vendita classica di lezioni di Barbero e dei sempiterni viaggi lisergizzati del fattone veggente californiano Philip K.Dick, che restano il più classico dei modi di spacciare prodotti immateriali sul tempo, materializzati, ma alla antica.
E la scusa per vendere l'immateriale è sempre la stessa: se qualcuno se lo compra è materiale eccome, anzi è immateriale come mia nonna in carriola (almeno da viva, ma pure defunta): è materia materiale punto e basta. E la giustificazione è sempre la stessa: è il sign 'o' the times (sempre per citare un musico, in questo caso Prince). Ebbene sì, è il paradigma del presente, la afasia del sistema, sempiterna, è la perdita dei valori antichi descritta da Petronio Arbitro come da Michelangelo Antonioni, la incomunicabilità del nostro nulla, "in uno di quei momenti di depressione e di crisi, quelli che il povero Perozzi chiamava la constatazione del nostro niente e che il Necchi invece dice che siamo quattro poveri bischeri" nella immarcescibile versione di Monicelli.
Salvatore Garau, scultore di recente balzato sui media di mezzo mondo per aver piazzato a diverse migliaia di Euro all'asta una scultura neanche assente, ma direttamente inesistente (se non nel certificato di autenticità) lo dice con una buona dose di sincerità:
“Questa nuova scultura è per me la più enigmatica e, lo ammetto, inquietante - spiega Salvatore Garau, originario di Santa Giusta - La pittura non mi è più sufficiente, da sola, a descrivere ciò che sta accadendo intorno a noi nell’intero pianeta. Oggi la ‘materia’ immateriale delle mie sculture, per me, ha il potere di evocare, come nessun'altra, le paure che invadono la nostra esistenza e condizionano il nostro futuro. L'assenza, più della presenza, enfatizza i nostri drammi ed è la protagonista assoluta dei nostri tempi”.
Si noti che le opere di Garau, che da oltre 40 anni è scultore e pittore, sono state esposte in giro per il mondo, quindi non stiamo parlando di un grafico simpaticone o di un banale quanto possibilmente arricchito speculatore smanettone nel commercio di NFT, altro sign 'o' the times del contemporaneo attuale. Sì certo, non si parla di fenomeni di speculazione criptovalutaria alla Beeple, criptoillustratore NFT da botte di milionate di dollari. Né azzardato pare in tal guisa il paragone con Cy Twombly, mostro sacro del dopoguerra pittorico americano, allievo di Ben Shahn, antesignano del graffitismo e del simbolismo concettuale, nonché (con buona pace dei più conformisti), scarabocchiatore compulsivo con braccia rubatissime alla agricoltura, anzi al Baseball, da cui pure aveva desunto il nome d'arte. Ma si sa, chi per primo scarabocchia vince e si conquista un senso nella Storia dell'Arte. Federico Zeri, che beccava i falsi perfino dalle fotografie (rigorosamente in bianco e nero, sennò le riteneva poco affidabili), avrebbe sgamato un falso di Cy Twombly? Probabilmente sì (se pure non gli capitò, si ammetta qui la ignoranza del caso, e non solo qui)
o forse proprio gli scarabocchi sono un bel casino da riprodurre senza tradirsi, donando alla opera, in sé cacatoria, valore inestimabile e materialissimo. Per tacer di Piero Manzoni, brillante oculus maximus del suo e del nostro paradigma di vuotitudine.
Parallelamente, con altra buona pace di perdita di hype su Facebook e di vari scandali, il guru Zuckerberg (pochi italofoni si rendono conto di quanto questo nome suoni buffo per gli americani, per assonanza tra Zuck e SUCK) si lancia in una riedizione forse fintamente pimpata degli esausti SECOND LIFE E DECENTRALAND (pimpata: dall'americano TO PIMP, ovvero letteralmente "papponizzata") promettendoci le mirabilia di un futuro di alienati che preferiscano marionettine che visitino posticini, mentre si ingrassa a dismisura svaccati neanche più sul divano, ma direttamente a letto, facendosi la cacca addosso per impossibilità di muovere le ormai esondanti trippe, come nei docu-reality in stile VITE AL LIMITE dello ormai iconico dottor Nowzaradan, novello STRANGELOVE del bendaggio gastrico.
Chiaramente, le potenzialità del METAVERSO sono ben altre, anzi ridurle alle supercazzole del pur geniale CIUCCIABERG/SUCABERG (così forse è più chiaro) sarebbe atrettanto sciocchino. Anche se già i più maliziosi hanno fatto notare che pare che in lingua ebraica la parola META (nuovo nome della creatura del guru, di origine ebraica pure lui) vorrebbe dire MORTO o consimili. Già morto prima di partire, un po' come morí SECOND LIFE, pompato più che pimpato dai media di qualche anno fa come fosse il nuovo Eldorado?
Forse invece vivo eccome, proiettando fosche rappresentazioni di un futuro distopico dove i TERMINATOR di James Cameron ci verranno a prendere come a Sarah Connor, magari per farci un ennesimo vaccino? Oppure Suckerberg ci propina piuttosto un banalerrimo floppino, in un mondo che comincia ad accorgersi seriamente che la fuffa sembra bella, ma poi invece tira danni della madonna. Un mondo che tenta ciclicamente di stordire i fedeli della religione imperante, rimbecillendoli col salmodiare ripetitivo e semi-ipnotico del canto gregoriano, che canti la fede cristiana, che canti la fede nazionalista, comunista, fascista, capitalista, globalista, buonista, vaccinista o vuotista non importa, purché si ripetano le cose a pappagallo, in ossequio proprio al vuoto mentale che comunque va venduto in saecula saeculorum.
Ma come direbbe Emanuela Fanelli, comica romana top class placida e renitente spalla dell'infingardissimo Valerio Lundini: MA CHE DAVERO DAVERO non ci piace la realtà al punto di volerla vivere, poco o tanto, tramite omini virtuali che zompettino su piani basculanti più o meno in 2 o 3D? Davvero non ci ricordiamo più che pure gli occhialetti per i film 3D con i dinosauri che uscivano dagli schermi del cinema furono un gradevole quanto picaresco divertissement tirato fuori dal cestino di vimini ogni tot per divertire i bimbi la domenica pomeriggio?
Ma il punto è un altro: il cinema è divertente, senza dubbio, in tutte le sue declinazioni originarie e futuribili, dal teatro greco al Metaverso immersivo dove forse potremmo sguazzare. Ma la realtà, dicunt, offre emozioni un tantinello più intense. Provate voi a limonare con un Avatar o un domani perfino con un robot: esperienza simpatica ma diremmo anche meno ganza di un ordinario passaggio su PORNHUB, almeno finché gli emuli di Philip K.Dick non ci avranno consegnato i REPLICANTI della Tyrell Corporation. Che però in crisi di identità saranno forse pessimi amanti, se non addirittura incazzati come Pris e Roy Batty.
Il Metaverso promette un sacco di roba veramente forte in realtà, purché non ci si faccia di roba veramente forte in endovena, e non si creda pappagallescamente alla propagandina di regime, ché già ne abbiamo parecchia in ogni campo dello scibile, e che anzi sarà, anzi è già il tirannosauro che ci insegue fuori dallo schermo. Un tirannosauro altrettanto immateriale, ma che ti arriva addosso in 3D come se fosse vero. E che purtroppo moltitudini di australopithechi prendono per vero.
Di Lapo Mazza Fontana.