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Digital transformation, grande evoluzione durante il lockdown: l’opportunità che l’Italia non può permettersi di perdere

Di Duccio Vitali, Amministratore Delegato di Alkemy S.p.A.

13 Luglio 2020

Digital transformation, grande evoluzione durante il lockdown: l’opportunità che l’Italia non può permettersi di perdere

Duccio Vitali

Lo stato dell’economia italiana, da quanto emerge dall’aggiornamento delle stime da parte della Commissione Europea pubblicate lo scorso 7 luglio, appare significativamente peggiore di quanto precedentemente atteso. Il PIL italiano nel 2020 è previsto in calo dell’11,2% rispetto alla stima risalente allo scorso maggio di -9,5%, mentre la ripresa nel 2021 sarà più lenta: 6,1% di crescita rispetto al 6,5% stimato precedentemente. La recessione si preannuncia più dura delle aspettative, marcando divergenze ancora più ampie nei confronti degli altri paesi dell’Unione, con il prodotto interno lordo dell’Eurozona previsto in calo del 8,7% nel 2020, a fronte di un rimbalzo del 6,1% nel 2021. Crollano anche le stime sui ricavi delle aziende italiane per il prossimo biennio: i ricavi persi rispetto al 2019 andranno dai 348 e ai 475 miliardi nel 2020 e dai 161 ai 196 miliardi nel 2021 (Cerved).

Il Covid-19 e il conseguente lockdown hanno puntato i riflettori sulla digitalizzazione evidenziando il ritardo strutturale che vive l’Italia rispetto agli altri paesi europei. Prendiamo fra tutti il caso dell’e-commerce. Nel 2019 la penetrazione dell’online sugli acquisti retail ha superato di poco il 7%, la metà del dato francese e un terzo di quello del Regno Unito. Nel 2019 solo il 44% degli italiani acquistava online, rispetto al 68% degli europei. Questo gap, più che determinato dal comportamento dei consumatori, è correlato al ritardo delle nostre aziende. Infatti, nel 2019, solo il 10% delle imprese italiane vendeva online i propri prodotti, per mancanza di capacità (e di volontà) di applicare le tecnologie disponibili all’espansione del proprio business.

In questo scenario a dir poco desolante, il recente lock-down ha però dato una scossa e le previsioni per il 2020 dell’e-commerce anticipano un salto compreso tra 35% e il 40% rispetto al 2019. I dati registrati negli scorsi mesi confermano quanto previsto. Con l’inizio del lockdown nel mese di marzo l’e-commerce è cresciuto del 20% rispetto allo stesso mese del 2019, del 28,2% ad aprile, continuando ad accelerare anche in Fase 2 registrando a maggio un balzo del 41,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (Istat). Nel mese di aprile la penetrazione dell’e-commerce sulle vendite retail ha finalmente toccato la doppia cifra (10%), con una crescita del 59%, superiore a quella degli ultimi 5 anni.

Questi risultati contrastati ci indicano in modo inequivocabile la direzione che nostro Paese deve percorrere: accelerare nella corsa alla digitalizzazione per colmare il gap che ci separa dai nostri vicini e sperare in tal modo di uscire più competitivi da una crisi che sarà più lunga di quanto inizialmente atteso. Come Paese abbiamo l’obbligo di guardare a questa emergenza come principale opportunità per mettere in atto il cambiamento e l’innovazione di cui necessita il sistema imprenditoriale e produttivo italiano. Il lockdown prima e il distanziamento sociale poi hanno infatti innescato un’evoluzione delle abitudini di consumatori e cittadini, che come sempre in Italia anticipano il mercato trainando imprese e istituzioni.

In un mondo pre-Covid-19, lo Smart Working veniva utilizzato solo marginalmente dalle nostre imprese: dal 58% delle grandi aziende, dal 12% delle PMI e dal 16% delle PA (Osservatorio Politecnico di Milano).  Con il lockdown il lavoro da remoto è stato invece imposto massivamente, mettendo alla luce i vantaggi in termini di produttività, inclusività del lavoro e occupazione. Tuttavia, non si può parlare veramente di Smart Working se l’unica azione intrapresa è stata quella di munire i propri dipendenti di un PC e (nel migliore dei casi) di uno smartphone, se poi tutti i processi aziendali interni avvengono ancora su carta. Basti pensare alla maggior parte delle banche che per processare un’operazione hanno ancora bisogno della firma in presenza. Al fine di garantire davvero la continuità dell’operatività e delle attività è essenziale digitalizzare i processi sui cui si fondano le operations di un’azienda, innescando peraltro una serie di vantaggi a catena: i processi digitali sono misurabili con la generazione e analisi dei dati, continuativamente migliorabili grazie al machine learning e infine automatizzabili ed efficientabili mediante tecnologie di RPA (Robot Process Automation).

Le imprese italiane devono inoltre ripensare profondamente il proprio rapporto con il consumatore, evolvendo il modello di business in ottica di omnicanalità. Il 90% delle aziende nel 2019 non vendeva i propri prodotti e servizi online continuando a preferire l’utilizzo di canali tradizionali sia nella vendita che nella comunicazione. Con l’inizio del lockdown si sono trovate completamente disintermediate dai propri clienti, poiché pur riconoscendo l’importanza di un investimento in digitalizzazione non ne hanno riconosciuto l’urgenza e fino a questo momento hanno preferito posticipare la decisione a data da destinarsi.

La digital transformation non è solo inevitabile, è necessaria e riguarda ciascun ambito del nostro Paese. Si pensi ad esempio alla Cultura. L’Italia è il primo paese al mondo per numero di siti culturali iscritti al Patrimonio Unesco e il nostro patrimonio artistico culturale conta 4.976 musei, monumenti e aree archeologiche, che vengono visitati ogni anno da circa 110 milioni di persone, quasi il doppio della popolazione locale. Le misure di distanziamento sociale, la riduzione della stagione e il fortissimo calo del turismo estero stanno generando un enorme mancato guadagno per la cultura italiana e per l’indotto sull’intero territorio nazionale; il “Turismo Culturale” in Italia, fatto in larghissima parte da stranieri, genera delle esternalità positive che superano i 100 miliardi di euro l’anno. 

Anche in questo caso il lockdown ha portato l’attenzione sul drammatico ritardo italiano nell’utilizzo del digitale e della tecnologia nella fruizione del nostro patrimonio artistico. In Italia solo un museo su 10 ha effettuato la catalogazione digitale del patrimonio posseduto, mentre solo la metà degli istituti ha un sito web dedicato (peraltro non di buona qualità) e meno della metà utilizza un canale social media (Istat, 2019). Per quanto riguarda l’utilizzo di tecnologie interattive e di strumenti digitali che arricchiscono l’esperienza del visitatore in loco (per esempio tablet, touchscreen, QR code, AR) è ancora limitato a solo metà delle strutture italiane e solo il 10% dei musei offre la possibilità di visitare virtualmente il proprio istituto.

È necessario ripensare il percorso di fruizione fisica dei musei integrandola a quella digitale, in modo che sia differenziata rispetto ai diversi tipi di turisti, che per formazione, età, interessi e obiettivo della visita, differiscono gli uni dagli altri. Ampliando l’esperienza fisica con l’uso della tecnologia si può organizzare un’offerta differenziata, con narrazioni, contestualizzazioni storiche e linguaggi diversi, facendo sì che anche l’esportazione al digitale si allarghi generando un grande valore al visitatore. Per essere davvero competitivi rispetto ai nostri vicini europei, i nostri musei devono riuscire ad attrarre più volte la stessa persona prima, durante e dopo la visita, come già avviene nelle grandi capitali internazionali, con contenuti e offerte selezionate e valorizzate in base agli specifici interessi, creando un legame culturale definitivo con il visitatore. Anche in questo caso non si tratta solamente di investire nelle tecnologie abilitanti (cosa ovviamente fondamentale), ma anche di attrarre le competenze giuste a valorizzarle.

Il discorso riguarda più in generale tutta la nostra Pubblica Amministrazione. E’ bene che una parte importante della liquidità che sarà messa in circolo, sia destinata a rendere moderne le nostre infrastrutture. Tecnologie digitali e dati devono diventare la base su cui costruire una nuova Pubblica Amministrazione, più efficace ed efficiente, dove tutto è misurabile (e migliorabile) in maniera trasparente.

Le tecnologie sono a disposizione e a costi sempre più accessibili, la digital transformation impone però al nostro Paese la formazione di una nuova classe di middle manager e operativi in grado di sfruttare le tecnologie esistenti per attuare l’auspicato recupero di competitività e crescita.

In questo percorso, Istruzione e Scuola devono avere un ruolo centrale, e colpisce che nell’ampio dibattito che abbiamo avuto in questi mesi sulla scuola, non si sia aperto un tavolo per ripensare completamente un modello di insegnamento che resiste quasi immutato dal dopo guerra.

Insomma, se gli effetti della crisi sull’economia sono purtroppo inevitabili e si faranno sentire per diversi anni, molto meno scontata appare la capacità di reazione che avrà la classe imprenditoriale e manageriale da un lato e politica dall’altro, per cogliere l’opportunità che ci offre questa crisi per investire nella trasformazione digitale dell’intero paese e colmare quel gap che ci allontana dagli altri paesi avanzati.

Un’opportunità che potrebbe essere l’ultima.

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