Una sottile, piacevole ironia sul mestiere del progettista. Opere artistiche dell'architetto Claudio Corna in esposizione alla Galleria Ravizza di Milano fino al 28 marzo.

Inutile ripetere che una città come Milano propone quotidianamente una vasta gamma di eventi dei quali si potrebbe riferire con particolare compiacimento. Ciò non toglie che, talvolta, possa essere utile soffermarsi su eventi che si propongono, invece, come apparentemente “minori”, che avvengono cioè senza il clamore dei media e… dio solo sa, quanto spesso questi non corrispondano alla reale portata concettuale di ciò che millantano.

Così, oggi desidero accennare alla gradevole esposizione di opere artistiche dell’architetto Claudio Corna (classe ’46) presso la galleria di Allegra Ravizza che si trova in via Gorani 8: tale esposizione, inaugurata il 4 marzo, proseguirà fino al giorno 28 di questo stesso mese.

Il piccolo spazio espositivo della Galleria è situato nella parte più antica del cuore di Milano che, per troppi anni, era stato lasciato in completo abbandono: oggi questa suggestiva parte del centro della città (che mostra i segni evidenti della romanità archeologica), sta divenendo pian piano uno dei più sofisticati luoghi dedicati all’arte e alla cultura.

La piccola mostra chiamata “ARKIKAIROS” espone una trentina di opere sostanzialmente pittoriche o a “tecnica mista” in cui l’autore propone una sua visione onirica del progetto compositivo.

Nelle sue immagini, gli elementi costruttivi e i particolari decorativi dell’Architettura (con la “A” maiuscola) sono riassemblati e accostati fra loro in una silenziosa sarabanda di situazioni spaziali accomunate da una sottile, piacevole ironia sul mestiere del progettista.

Minuscoli, calligrafici archetipi dell’architettura sono rischiarati da illuministiche saette; ferri del mestiere (come matite e materiali edilizi) fanno capolino fra gli stilemi delle costruzioni; curiosi personaggi poco riverenti si affacciano da improbabili colonnati di carta; disegni tecnici si propongono come sfondo di psicodrammi recitati entro città ideali dove beffardi pinocchi sembrano irridere alle certezze assolute dell’urbanista.