Palermo, Palazzo Costantino presenta "Icone di scarto", la mostra personale di Leone Solia, visitabile fino al prossimo 1° aprile
Curata da Alessandra Agogliaro e Novella Hoffer, l’esposizione propone un confronto serrato tra il linguaggio della pittura contemporanea e la memoria stratificata di uno dei palazzi più evocativi della città
Nel cuore del centro storico di Palermo, tra gli ambienti segnati dal tempo di Palazzo Costantino ai Quattro Canti, prende forma Icone di scarto, la mostra personale di Leone Solia, visitabile sino al prossimo 1 aprile.
Curata da Alessandra Agogliaro e Novella Hoffer, l’esposizione propone un confronto serrato tra il linguaggio della pittura contemporanea e la memoria stratificata di uno dei palazzi più evocativi della città.
L’intervento di Solia non si limita a occupare gli spazi storici del palazzo, li attraversa e li mette in tensione: le opere non sono semplicemente installate, ma sembrano emergere dalla stessa materia architettonica, insinuandosi tra pareti segnate, balconi corrosi e superfici logorate dal tempo. In questo dialogo tra presenza artistica e rovina, la mostra costruisce un racconto visivo in cui passato e presente convivono in un equilibrio instabile ma fertile.
La ricerca di Solia si sviluppa attorno a quella che l’artista definisce “icona fatiscente”, una figura primordiale che nasce da un gesto spontaneo e istintivo. L’immagine non viene progettata come rappresentazione compiuta, ma appare quasi come un affioramento.
Il risultato sono pittogrammi essenziali, tracciati con segni bianchi e rapidi su superfici recuperate — cartoni raccolti per strada, pannelli lignei, porte dismesse, frammenti di arredo., supporti poveri che diventano il luogo di una nuova possibilità simbolica.
Il percorso espositivo si sviluppa come una costellazione di presenze: nei diversi ambienti del palazzo, figure totemiche e strutture verticali sembrano sorvegliare lo spazio, sospese tra colonne e cortili interni. Queste forme, ridotte all’osso, evocano simulacri provenienti da un alfabeto dimenticato, non raccontano storie, ma interrogano chi le osserva, chiamando lo spettatore a misurarsi con il loro silenzio.
Il contrasto con l’apparato decorativo barocco dell’edificio amplifica la forza di questo linguaggio visivo, i riflessi del marmo rosso della scala monumentale e le dorature delle boiserie dialogano con superfici ruvide e segnate.
Non c’è alcuna volontà di restauro o di nostalgia: al contrario, l’artista accoglie la condizione attuale del palazzo — fatta di lacune, crepe e imperfezioni — trasformandola in parte integrante del lavoro. In questo contesto, lo scarto diventa protagonista: gli oggetti recuperati, esclusi dal ciclo della produzione e del consumo, assumono un nuovo statuto simbolico. Tavoli, ripiani di compensato e vecchie porte conservano tracce di vita precedente: graffi, fenditure, macchie. Solia non cancella queste tracce, ma le enfatizza, permettendo alla pittura di dialogare con la memoria sedimentata nei materiali, la sua pittura, infatti, non copre mai completamente il supporto: il legno ferito, le fibre del cartone e le superfici consumate rimangono visibili e diventano parte attiva dell’immagine.
Il gesto pittorico agisce quasi come un sigillo che riattiva la materia, ed è proprio questa tensione tra precarietà e apparizione a conferire alle opere un’aura inattesa: l’icona, privata di ogni ornamento, si manifesta nella sua forma più essenziale. Nel lavoro di Solia questa visione trova una declinazione particolare: il sacro non è evocato attraverso la monumentalità o il lusso dei materiali, ma emerge dalle crepe della realtà quotidiana. Non è l’oro a produrre aura, ma lo strappo, la ferita, la traccia del tempo.
L’esposizione si inserisce in una più ampia visione culturale promossa da Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona e Cesira Palmeri di Villalba, figure da tempo impegnate nel dialogo tra patrimonio storico e sperimentazione contemporanea.
Un passaggio decisivo del percorso artistico di Solia è stato rappresentato dalla mostra Exodology, presentata alla Fondazione Donà dalle Rose di Venezia, sotto la direzione di Chiara Donà dalle Rose: in quell’occasione l’artista ha avviato una sorta di azzeramento del proprio linguaggio, coprendo con strati di bianco alcuni collage realizzati negli anni precedenti; da quel gesto di cancellazione è emersa una nuova configurazione simbolica, una triade di pittogrammi che ha orientato la ricerca verso una maggiore essenzialità. Le opere presentate a Palermo in Icone di scarto nascono proprio da questa fase di trasformazione. Le opere non cercano di imporsi sull’architettura, piuttosto ne amplificano le fragilità, così la mostra si configura come un’esperienza che invita a guardare diversamente ciò che resta: nei frammenti, nei materiali abbandonati, nelle superfici logorate, l’artista individua la possibilità di un nuovo linguaggio simbolico.
In questo territorio di margine, dove rovina e rivelazione si sfiorano, l’immagine torna a essere atto di resistenza.