Imperdibile la mostra Pellizza da Volpedo al Gam. Gli ultimi tre giorni per vederla.

Storia di un capolavoro. All’’inizio criticato, censurato, invenduto. Poi diventato il simbolo assoluto della ribellione dei lavoratori.  Ogni volta mi incanto a vederlo. E’ come se quel “Quarto Stato”, tra i quadri più celebri del Novecento, ci parlasse con la voce degli sfruttati che rivendicavano i loro sacrosanti diritti contro il padrone. Pellizza da Volpedo li chiamava ambasciatori della fame .  E’ passato oltre un secolo e nel caos della geopolitica di oggi il quadro, un monumento alla Protesta, è più attuale che mai. 

A più di un secolo dall’ultima e unica mostra monografica dedicata all’artista piemontese, realizzata nel 1920 alla Galleria Pesaro. Milano ripercorre la vicenda artistica e biografica di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) in un’esposizione ideata dalla Galleria d’Arte Moderna che di lui conserva, oltre al suo capolavoro, il Quarto Stato, alcune opere altrettanto significative della sua produzione artistica ( é poetico Lo Specchio della Vita. E cioè che l’una fa le altre fanno) che vengono messe in dialogo con i bellissimi quadri di Giovanni Segantini. 

 Mostra  magnifica curata da Aurora Scotti e Paola Zatti, il progetto è coprodotto dal Comune di Milano GAM - Galleria d'Arte Moderna con METS Percorsi d'Arte, associazione culturale da anni impegnata nella promozione dell'arte italiana dell’Ottocento. 

Il più grande manifesto che il proletariato italiano possa vantare nel  Novecento Pellizza incominciò a lavorare a un bozzetto dopo aver assistito a una manifestazione di protesta di un gruppo di operai. L'artista rimase molto impressionato dalla scena, tanto che annotò nel suo diario: "La questione sociale s’impone,  molti si sono dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l’arte non dev'essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a patto delle condizioni presenti”.  Dopo l'acquisto (al prezzo di cinquantamila lire), il dipinto nel 1921 entrò a far parte del patrimonio della Galleria d'Arte Moderna ]trovando collocazione nel Castello Sforzesco L'opera rimase visibile fino agli anni trenta quando, durante la riorganizzazione fascista degli allestimenti del museo, venne confinata in un deposito, da cui  riemergerà solo nella metà degli anni cinquanta, quando venne collocata nella sala della Giunta di Palazzo Marino, appena ricostruito dopo i bombardamenti bellici del 1943.  In primo piano, davanti alla folla in protesta, sono definiti tre soggetti, due uomini e una donna  con un bambino in braccio. La donna, che Pellizza plasmò sulle fattezze della moglie Teresa, a piedi nudi, invita con  eloquente gesto i manifestanti a seguirla: l'idea di movimento trova espressione nelle numerose pieghe della sua veste. Al centro procede quello che  è il protagonista della scena, un «uomo sui 35, fiero, intelligente, lavoratore» (come affermò lo stesso Pellizza) ]che con una mano nella cintola dei pantaloni, procede con disinvoltura, forte della compattezza del corteo. Era il suo autoritratto. Si suicida impiccandosi nel suo studio. Aveva solo 38 anni.