Antonio Donghi, al via la mostra a Palazzo Merulana dedicata all'enigmatico pittore romano disponibile fino al fino al 26 maggio

Nelle salette del terzo piano di Palazzo Merulana a Roma è possibile visitare una retrospettiva di trentaquattro quadri di Antonio Donghi a cura di Fabio Benzi

Nelle salette del terzo piano di Palazzo Merulana a Roma è possibile visitare in questi giorni, fino al 26 maggio, una retrospettiva di trentaquattro quadri dedicata ad Antonio Donghi (Roma, 1897-1963), a cura di Fabio Benzi.

Occasione della mostra, la presenza, nella collezione Cerasi, fiore all’occhiello della fondazione omonima a cui si deve la faticosa ristrutturazione dell’edificio umbertino, di tre quadri dell’artista romano: Le lavandaie (1922-23), Gita in barca (1934), Piccoli saltimbanchi (1938).

Questo nucleo originario, esiguo ma attrattivo, è stato generosamente arricchito da diversi prestatori, sia privati che pubblici: in particolare, dalla UniCredit Art Collection.

La produzione più matura e più originale di Donghi è da ascriversi ai decenni intercorsi tra le due guerre mondiali, gli anni, cioè, in cui l’artista partecipa attivamente alla vita culturale italiana e internazionale: espone alle quadriennali romane, alle biennali di Venezia e di Roma, oltre che in numerose gallerie in Italia e all’estero (in particolare in Germania e negli Stati Uniti); è frequentatore assiduo della celebre terza saletta del caffè Aragno, forse il più influente punto di ritrovo culturale, politico e mondano della Capitale, definito da Orio Vergani: “il sancta sanctorum della letteratura, dell’arte e del giornalismo”.

Fu il critico tedesco Franz Roho, nel 1925, a coniare la locuzione “realismo magico” e ad inserire, nel suo libro “Post-Espressionismo: realismo magico, problemi della nuova pittura europea”, Antonio Donghi tra i rappresentanti europei di questa nuova tendenza artistica, teorizzata e promossa in Italia da Massimo Bontempelli. Al quale di buon grado cediamo la parola: “Qualunque incanto è magia; il fondo dell’arte non è altro che incanto. Forse l’arte è il solo incantesimo concesso all’uomo: e dell’incantesimo possiede tutti i caratteri e tutte le specie: essa è evocazione di cose morte, apparizione di cose lontane, profezia di cose future, sovvertimento delle leggi di natura, operati dalla sola immaginazione”.

Chiunque azzardi l’impresa ardimentosa di definire l’arte si trova giocoforza impegolato in una rete effimera di concetti e di immagini, e il dubitativo “forse” è premessa necessaria. Ma veniamo finalmente alla mostra di Palazzo Merulana. Vi troviamo un florilegio dei soggetti cari al pittore. I ritratti, i paesaggi, le scene di vita, le nature morte, accarezzano lo sguardo e lo sollecitano ad una sosta contemplativa, al cui godimento non riesce a sottrarsi. Nell’apparente classicità compositiva, non priva di una certa vena naïf, possiamo riconoscere, a ben vedere, sapienti e lambiccati apporti: l’acribìa plastica della scuola fiamminga; la tensione misterica dei maestri toscani (Masaccio, Paolo Uccello, Piero della Francesca); una sorta di dissimulata astrazione formale memore dell’azione revulsiva delle recenti avanguardie; una nativa disposizione a cogliere, con occhi colmi di meraviglia, quel quid di immaterialità che soffonde la realtà sensibile.

Il giocoliere, i piccoli saltimbanchi, la donna alla toletta, l’ammaestratrice di cani: i soggetti di Donghi sono sempre in posa, sono sempre sospesi, in bilico, nella loro studiata immobilità, in un’atmosfera di metafisica attesa. Tra realismo plastico e imperscrutabile incanto.