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Benedetto Croce

Bruce Nauman a Venezia ci ricorda che alle videoinstallazioni non c’è mai fine

La mostra dell’artista a Punta della Dogana, il complesso espositivo del magnate francese Pinault attivo dal 2009, tra sale vuote e buie, fa riflettere

Di Davide Tedeschini

25 Ottobre 2021

Passeggiando tra i saloni desolatamente vuoti mi sono chiesto: come siamo arrivati a tutto questo? Era il ‘95, quando allo Stedelijk di Amsterdam mi imbattei per la prima volta in un'opera di Bruce Nauman (Usa, 1941). Io ero lì per i quadri di De Kooning, Bacon e quello che passavano i musei internazionali di allora.

Mi ero recato lì anche per l'architettura residenziale di Herman Hertzberger e vedere quella olandese, credo  fosse uno dei primi anni che visitavo la ‘Venezia del nord’. L’opera di Naumann era un ‘Hanging carousel’, (trad. Giostra sospesa) una serie oggi  poco conosciuta dell’artista americano, noto per i neon più che per altri environments: erano gli anni in cui i musei d’arte moderna incominciavano a cambiare volto e ad accogliere opere installative come quelle di Beuys e ad esporle a fianco all’arte povera’ degli anni ‘60 o a quella dei grandi maestri.

L’opera di Nauman, costituita da un cerchio metallico al quale erano appese delle finte carcasse di animali, era animata da un meccanismo ruotante che ricordava una mesta giostra di impiccati. L’Europa era ancora quella delle monete nazionali, dei giornali cartacei, delle identità ben distinte. Anche la galleria Pinault a Punta della Dogana a Venezia -che ospita ora una personale di Nauman dal 23 maggio 2021 al 27 novembre 2022- non era ancora stata realizzata, e l’evento maggiore era la Biennale di Venezia ai soli giardini, mentre a Dorso Duro, il quartiere isolotto al di là del Canal grande presentava il solo museo Guggenheim, ad oggi ancora rimasto intatto per fortuna, con le opere appese alle stesse pareti di 30 anni fa, tutte pubblicate sui manuali scolastici di storia dell’arte.  Dopo anni il panorama è radicalmente cambiato, soprattutto per la Legge Ronchey e il successivo codice dei beni culturali del 2004, che hanno reso i nostri musei più aggiornati rispetto al passato, più simili a dei centri commerciali.

Ci sono ancora le gallerie nelle vicinanze del Guggenheim, ora espanso ad un altro fabbricato dove si tengono mostre temporanee e vi è il bookshop; mentre a Punta della Dogana ha aperto pochi anni fa la galleria del magnate Pinault che con le sue mostre (collaterali a quelle della Biennale di Venezia) in due sedi che comprendono anche Palazzo Braschi (anch’esso acquistato dal francese) sta monopolizzando il panorama culturale cittadino. La mostra di Nauman è quanto di più retrò si possa immaginare, se consideriamo le video installazioni o i video-environment, un retaggio degli anni ‘80. La cosa che più balza agli occhi, oltre alle proiezioni, è lo spazio vuoto e buio  tipico delle installazioni da Biennale degli anni passati. Non so quanto sia utile  uno spazio così vuoto e buio, ai fini della video installazione:   il setting di autorità, di fronte alle enormi pareti è una caratteristica comune a grandi eventi commerciali e cinematografici: lo sconforto è quello che prevale. Nelle ultime sale, poi vediamo dei modelli dell’allestimento in cui forse sarebbe stato il caso di coinvolgere gli avventori con più interattività se -come abbiamo detto- non si tratta più di arte da contemplare come quella sacra o ‘antica’. 

Dal sito della mostra palazzograssi.it leggiamo: “Walk with Contrapposto” del 1968,  ritrae l’artista avanzare lungo un corridoio di legno allestito nel suo studio mentre si sforzava di mantenere la posa chiastica. Bruce Nauman per la prima volta riprende un’opera storica della sua produzione e sfrutta le possibilità offerte dall’attuale evoluzione tecnologica, potendo così superare i limiti imposti degli strumenti tecnici dell’epoca della produzione del primo Walk with Contrapposto e realizzando di fatto qualcosa che prima non era tecnicamente possibile”. Molto autoreferenziale questa mostra, trattandosi di una personale che piuttosto che lanciare uno sguardo sul futuro si rivela una sorta di elegia della propria produzione passata, quasi a farne dell’archeologia, compulsiva e viscerale di se stessi.  Si spera che in futuro vi siano mostre anche di pittura, e francamente meno ossequiose del vuoto, dell’assenza o del culto della personalità degli artisti affermati; sebbene Punta della Dogana rimanga comunque un luogo magico a fianco della chiesa della Salute, attualmente in restauro, tra il Canal Grande e la Giudecca, di fronte a San Marco, certe opere sono forse stantie, obsolescenti e superate: resta il rammarico per quello che sarebbe potuto accadere e non è ancora accaduto; l’idea che manchi l’Arte in un panorama materialista e arido aleggia come un fantasma sulla laguna.

 

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