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Giovanni Farese: "Rete Unica? Evitare di fare un 'pasticciaccio brutto'. Recovery Fund ultima occasione"

Il professor Farese: "Ci vogliono orizzonti lunghi e personalità credibili. Occorre individuare poche priorità e poi spendere 'presto' e 'bene'".

21 Ottobre 2020

Giovanni Farese: "Rete Unica? Evitare di fare un 'pasticciaccio brutto'. Recovery Fund ultima occasione"

Giovanni Farese

Giovanni Farese insegna Storia dell’economia e Storia del pensiero economico nell’Università Europea di Roma. È da molti anni Managing Editor di The Journal of European Economic History e nel 2017 è stato uno dei due italiani scelti come Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States.

1) Professore, stiamo assistendo a un ritorno dello “Stato imprenditore” nell’economia italiana?

In parte per malintesa ideologia statalista, in parte per necessità. Vede, in teoria l’intervento pubblico in economia – quello buono, con un pensiero strategico di lungo periodo – può essere utile. In pratica – e lo dico al lume della conoscenza storica, tanto più di quella del nostro paese – dipende soprattutto dalla qualità della classe dirigente e, al suo interno, della classe politica che è chiamata a interpretarlo. L’IRI di Beneduce, di Menichella, di Paronetto ha fatto cose molto importanti e ha gettato le basi per il miracolo economico postbellico. Ma dove sono oggi i Beneduce, i Menichella, i Paronetto? Il contesto economico e giuridico, poi, è molto diverso: c’è l’Europa, ci sono i mercati aperti. Sarei, perciò, molto cauto intorno a formule astratte, cercando di valutare, nel modo più obiettivo possibile, caso per caso. Keynes – il grande economista britannico, che è più spesso citato che letto – riteneva che l’intervento pubblico, ove necessario, andasse affidato a persone diffidenti anzitutto dell’onnipotenza statale.

2) Il Recovery Fund aiuterà il paese a rilanciare politiche economiche e industriali capaci di “chiudere il “gap” con quei paesi europei che già prima della pandemia riportavano più elevati tassi di crescita?

Il Recovery Fund rappresenta senz’altro un’occasione storica, forse l’ultima che ci sia data, dopo trent’anni di sostanziale stagnazione. Piano però con le illusioni, perché la disillusione – ancora la Storia! – può spianare la strada ai populismi. Vede, il nostro problema non è tanto quello di “chiudere il gap” con altri paesi, perché questo richiede tempi lunghi che il Recovery Fund – che ha un orizzonte triennale – non offre; il problema non è tanto di evitare che il Paese cresca a un tasso di crescita più basso rispetto agli altri, perché questo è in certa misura scontato, ma di evitare che, come purtroppo è avvenuto dopo la crisi del 2007-2008, ci si collochi su un sentiero di sviluppo più basso, che nel lungo periodo ci condannerebbe a una progressiva marginalizzazione. Anche qui: molto dipende dall’azione e dalla coesione dalla classe dirigente, centrale e periferica.

Cosa dovrebbe fare la politica per non perdere questo treno?

Ci vogliono orizzonti lunghi e personalità credibili. Occorre individuare poche priorità e poi spendere “presto” e “bene”. Ci sono le condizioni politiche per farlo? Questa è la strada: dobbiamo affrontarla con coraggio, ma anche con realismo. In un certo senso, il Recovery Fund ci mette “con le spalle al muro”. Perché l’Italia ha ottenuto ciò che chiedeva: e ora il resto dell’Europa ci guarda. Su un piano più generale, dobbiamo sempre ricordare a noi stessi che l’ombrello della Banca Centrale Europea non resterà aperto per sempre; che il Patto di Stabilità e Crescita è “sospeso”; che le deroghe alla disciplina degli aiuti di Stato sono temporanee.

3) Dagli aiuti di Stato alla concorrenza. In questo momento il tema è diventato molto attuale e, per alcuni aspetti, sembra che alcune iniziative suscitino molti dubbi tra gli Stakeholder chiamati ad esprimersi in merito. Cosa pensa ad esempio del progetto di “rete unica” per digitalizzare il Paese?

Che si deve evitare – mi lasci citare Gadda – di fare un “pasticciaccio brutto”, peraltro in parte con i fondi del Recovery Fund e magari sotto la spinta, forse anche emotiva, della pandemia. Abbiamo un ritardo tecnologico che va colmato, certo. Ma siamo sicuri che, di fronte a interessi strategici, la soluzione migliore consista nell’affidare il controllo della rete unica all’incumbent, l’ex monopolista pubblico, a cui andrebbe, almeno nello schema che si profila, la maggioranza della nuova società? Lo dico con le parole di un comunicato congiunto del 2014 dell’Antitrust e dell’Agcom: «La realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” sotto il profilo della regolamentazione».

Quindi a che punto siamo e cosa si aspetta nei prossimi mesi?

Siamo molto lontani da questo scenario. Ma molte cose possono cambiare da qui alla primavera. La Commissione europea non potrà non affrontare il nodo dell’apertura alla concorrenza, dell’indipendenza e della neutralità della rete. Anche perché vi sarebbero effetti anche su altri paesi. E accanto alla politica della concorrenza, che è fondamentale, c’è il nodo – cruciale per la crescita – degli investimenti. Siamo sicuri che verranno fatti gli investimenti necessari, quegli investimenti che sono stati fatti soltanto quando il mercato ha assunto un assetto competitivo? Avere meno investimenti e prezzi più alti sarebbe paradossale. 

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