Sabato, 16 Gennaio 2021

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La meritocrazia ha 'creato l'elite cognitiva'. Nell'economia della conoscenza la laurea è ancora importante

Di Roger Abravanel

11 Dicembre 2020

La meritocrazia ha 'creato l'elite cognitiva'. Nell'economia della conoscenza la laurea è ancora importante

Laureati (foto Pixabay)

La Lettura del Corriere di questa settimana riprende in maniera interessante il dibattito sulla meritocrazia ("Inganni e speranze") riuscendo ad  ospitare  due  antimeritocratici di rilievo internazionale: Michael Sandel ( "la Tirannia della meritocrazia" ) e David Goodhart (“Head, hand, heart”).

I due convergono su una critica che è riassunta nei titoli  e sottotitoli delle interviste “lo studio non è risolutivo, “che errore puntare tutto sui cervelli“  e “ l’espansione dell’ educazione superiore ( universitaria ) è al picco ”.

Si aggiungono alla lunga lista degli accademici e opinionisti americani che criticano la meritocrazia, nata a Harvard 100 anni fa quando grazie al SAT si è rivoluzionato l’accesso alle università della Ivy League, che da allora hanno laureato non più solo i “figli di ..” ma i migliori studenti scelti in base al loro potenziale accademico e non per la classe sociale  e facendo  sorgere una nuova elite in sostituzione di quella basata sulla ereditarietà.

Sandel e Goodhart criticano questa nuova elite che chiamano "cognitiva". Come molti altri ritengono che guadagni troppo perché la meritocrazia dà una giustificazione morale alle disuguaglianze che divengono così accettabili. Sandel (come peraltro la sua collega di Harvard, Lani Guinier in “ la tirannia della meritocrazia”) sostiene che l'ideale di successo posto al centro del principio meritocratico è socialmente corrosivo per la società perché fondato sull'individualismo e la competizione e sul disprezzo per chi non ha studiato e non ha avuto successo. ("Io ho vinto  e mi merito il successo, tu hai perso  e meriti di essere un mediocre"). In quanto docente di filosofia morale e politica ne trae le implicazioni politiche attribuendo  proprio alla frustrazione dei due terzi degli americani di non essere socialmente rispettati la responsabilità della vittoria di Trump (il suo elettore target è un maschio bianco non laureato).

Dove entrambi si distinguono chiaramente dagli altri critici della meritocrazia è sulla forte condanna importanza data alla istruzione universitaria. Lo fanno anche sottolineando come il Covid abbia fatto riscoprire quanto sono essenziali i  lavori  negli ospedali, nelle consegne, nella assistenza a domicilio  Goodhart, usa il titolo del suo saggio per  rivalutare i lavori manuali (hand)  e la solidarietà (heart) a scapito di quelli cognitivi ("head").

Il fatto che la meritocrazia abbia creato una nuova elite della conoscenza è largamente condivisibile e dimostrato dalle classifiche dei nuovi miliardari che vedono in testa imprenditori dell'high tech e professionisti di una finanza sempre più sofisticata. Rifiutare però l’importanza di una istruzione d’eccellenza è una risposta sbagliata al giusto problema della  crescente diseguaglianza. Quella di identificare l’utilità dello studio per la persona (migliora il suo futuro) e per la società (contribuisce al capitale umano che fa crescere l’economia per tutti) con il principio morale sbagliato che chi studia è “persona  migliore “. Il problema della diseguaglianza non si risolve invitando a studiare meno e gratificando i poveri e sottopagati con l’elogio dell’importanza del loro lavoro, dichiarando per di più guerra alla selezione competitiva. Così si otterrà solo il risultato di scoraggiare dallo studio chi ha più difficoltà, non certo i figli dei miliardari ammessi ad Harvard (anche) grazie alle generose donazioni di papà. Sarebbero invece necessarie più  aggressive  politiche   redistributive  e cercando più pari opportunità di accesso alla migliore istruzione. E’ questa la vera e giusta critica alla meritocrazia che viene fatta a Yale (“La Trappola della Meritocrazia” di Daniel Markovits)  e a Harvard (Lani Guinier). Quella che sostiene che è nata una  generazione di nuovi aristocratici che passano ai figli privilegi nell’accesso alle migliori università di denaro e aziende. Questi critici non rifiutano però l’importanza della istruzione superiore. Markovits suggerisce addirittura di raddoppiare gli studenti di  Harvard (da 40 mila a 80 mila). Cercano solo di rendere l’accesso più "giusto".

Sandel e Goodhart  risolvono il problema in modo diverso: meno elite cognitive e meno  selezione competitiva (Sandel propone una lotteria per decidere chi deve essere ammesso a Harvard).

Quanto al Covid, mentre ci ha fatto versare fiumi di inchiostro a glorificare i lavori "essenziali" come infermiere e  fattorini, ha drammaticamente peggiorato  le loro condizioni di lavoro e di rischio, senza affatto migliorare le loro prospettive economiche. Anzi ha creato voragini di disoccupazione e povertà proprio nello stesso gruppo sociale con basso livello di istruzione. E l’insegnamento in remoto penalizza proprio le classi meno abbienti.

E’ facile per un accademico e un opinionista spiegare che il Covid rivaluta questi mestieri umili. Ma commessi, badanti, magazzinieri, più che essere rivalutati vorrebbero essere pagati meglio, e forse vorrebbero che i loro figli potessero fare qualche lavoro meno pesante e retribuito meglio ancora. Viceversa l’incremento di offerta di manodopera senza istruzione e l’incapacità delle società che rifiutano la  economia della conoscenza  (come quella italiana) di produrre crescita riducono le loro prospettive di guadagno, come è evidente confrontando il reddito di un fattorino a Londra e nel Bangladesh, e una istruzione difficile e selettiva fornisce l’unico titolo con cui il figlio di un fattorino ha la chance (bassa, come dimostrato dalle statistiche, ma non inesistente) di entrare in una banca d’affari. 

Incoraggiare i giovani americani e inglesi a non cercare la migliore laurea possibile è un messaggio particolarmente pericoloso e sbagliato durante l’economia della conoscenza, peraltro proprio  mentre i paesi asiatici  fanno esattamente l’opposto riscoprendo le antiche radici confuciane della selezione in base allo studio ( in Corea il 70 % dei giovani è laureato ).

Il messaggio dei due autori  è poi particolarmente pericoloso in Italia dove la meritocrazia non è mai nata e  i giovani da un pezzo hanno smesso di credere  che lo studio e la laurea  servano  a migliorarli. Infatti siamo il fanalino di coda tra i paesi occidentali per numero di laureati: si laureano i figli dei ricchi che sanno che trovano lavoro nell’azienda di famiglia. E’ pericoloso  anche per tutta la società e  per un ‘economia che, rispetto all’Europa ha perso in 30 anni  32 punti di PIL, quasi 500 mdi, pari al PIL del Portogallo più quello della Grecia  perché è mancato il necessario capitale umano selezionato e ben formato. Ciò di  cui abbiamo bisogno  è un nuovo capitalismo che sostituisca la vecchia classe dirigente del privilegio ereditario con una nuova elite, più simile alla Aristocrazia cognitiva tanto criticata da Sandel e Goodhart. Una aristocrazia 2.0.

Se il nostro è il modello socio – economico  educativo auspicato da  Sandel e Goodhart , forse dovremmo   proporli per la cittadinanza italiana. Tra l’altro Goodhart auspica il ritorno a leader politici non laureati come Churchill e Attlee. Da noi ne troverebbe a bizzeffe.

Fonte: meritocrazia.corriere.it

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